Ted Hughes




Ted Hughes
Edward James Hughes, normalmente chiamato Ted Hughes, (17 agosto 1930 - 28 ottobre 1998) fu un poeta inglese ed uno scrittore di letteratura per ragazzi. E’ considerato uno dei migliori poeti della sua generazione. Hughes fu “Poet Laureate” in Inghilterra dal 1984 fino alla sua morte. È famoso anche per il suo matrimonio, durato dal 1956 al 1963, con la poetessa statunitense Sylvia Plath e molti credettero che egli fosse colpevole del suo suicidio ed anche di quello della sua amante, Assia Wevill
Egli esplorò la sua complessa relazione con Sylvia Plath nel suo ultimo libro di poesie, Birthday Letters (1998).

***

“Alzo gli occhi - come per incontrare la tua voce
con tutto il suo incalzante futuro
che mi è esploso addosso. Poi torno a guardare
il libro delle parole stampate.
Sei morta da dieci anni. E’ solo una storia.
La tua storia. La mia storia.”Alla festa dei tuoi sessant’anni
nel riverbero della torta
tutti ridono,come fossero grati,
tutta la compagnia riunita
amici vecchi e nuovi
alcuni scrittori famosi, la tua corte di menti brillanti
editori, dottori e professori
ridono felici socchiudendo gli occhi, perfino
i papaveri tardivi ridono, uno perde un petalo
le candele tremano,
le loro punte cercano di contenere la gioia.
E la tua Mamma
ride nella sua casa di riposo.
Ridono i tuoi figli
dagli angoli opposti del globo
Il tuo Papà,ride giù nella bara.
E le stelle anche le stelle di sicuro
tremolano dal ridere.
Solo tu ed io non sorridiamo”.

***

Che cosa posso dirti che non sai
Della vita dopo la morte?

Gli occhi di tuo figlio, che ci avevano turbato
Con la tua piega epicantica
Slavo-asiatica, ma che sarebbero diventati
Così perfettamente tuoi,
Diventarono umide gemme,
La più dura sostanza del più puro dolore
Mentre lo imboccavo nel seggiolone bianco.
Grandi mani di dolore torcevano e ritorcevano
La pezzuola bagnata del suo viso. Gli estrassero tutte le lacrime.
Ma la sua bocca ti tradì - accettò
Il cucchiaio tenuto dalla mia mano senza corpo
Che si protendeva dalla vita sopravvissuta a te.
Giorno per giorno sua sorella diventava
Sempre più pallida per la ferita
Che non poteva né vedere né toccare né sentire, mentre io
La fasciavo ogni giorno nella sua azzurra giacca bretone.
Di notte giacevo sveglio nel mio corpo
L’Impiccato
Il nervo del collo sradicato e il tendine
Che legava la base del cranio
Alla spalla sinistra
Strappato dalla radice e attorto in nodi -
Immaginai che il dolore si sarebbe piegato
Se fossi stato appeso in spirito
A un uncino sotto il muscolo del collo.
Precipitati dalla vita
Facevamo un silenzio profondo, noi tre,
Ciascuno nel suo letto.
Ci confortarono i lupi.
Sotto quella luna di febbraio e la luna di marzo
Lo Zoo si era avvicinato.
E a dispetto della città
I lupi ci consolarono. Due e tre volte per notte
Per lunghi minuti
Cantavano. Avevano scoperto il nostro rifugio.
E i dingo, e i lupi dalla criniera brasiliana -
Tutti levavano la voce insieme
Col grigio branco del nord.
I lupi ci sollevarono nelle loro voci lunghe.
Ci avvolsero e irretirono
Nel lamento per te, nel compianto per noi,
Ci tramarono nelle loro voci. Giacevano nella tua morte,
Nella neve caduta, sotto la neve che cadeva.
E intanto il mio corpo affondava nella leggenda
In cui i lupi cantano nella foresta
Per due bambini trasformati nel sonno
In orfani
Accanto al cadavere della madre.

***

Quel cadavere che ha il viso, e il nome, di Sylvia Plath.
Una data, l’11 febbraio 1963, che reca con sé il mistero di una scelta, il desiderio di un cammino-vettore che, forse, nessuno avrebbe potuto cambiarne verso, e direzione…

Verrà la fama. Fama per te, soprattutto.
La fama è inevitabile. E quando arriverà
l’avrai pagata con la felicità,
tuo marito e la vita

è il soffio di uno spirito invocato da Ted sul quadrante dello ouija: sapeva, Sylvia, che i morti cantano le proprie litanie?
Segnali. Presagi.
Come il ricordo della zingara di Reims che, “respinta quasi prima che parlasse”, biascicò nella sua direzione – un dito alzato, occhi bile-livore quel “Vous crèverez bientôt” che Sylvia, intenta a scrivere cartoline, probabilmente ignorò, ma che ferì Hughes con il lampo di una maledizione che, per giorni, tentò di neutralizzare rimando vani “talismani di potere, in cynghanedd”.
Come una lunga elegia frammentata, Lettere di compleanno, definito da molti un canzoniere moderno, ripercorre l’intreccio di più vite: “Alzo gli occhi come per incontrare la tua voce con tutto il suo incalzante futuro che mi è esploso addosso. Poi torno a guardare il libro delle parole stampate. Sei morta da dieci anni.E’ solo una storia.La tua storia.La mia storia”.
E il tempo si accumula verso, dopo verso, rincorrendo brandelli di ricordi che sembrano sul punto di disperdersi, parole non dette, ancore di silenzi pesanti come croci.
L’incontro con Sylvia, il matrimonio, i viaggi…lei eterna negli occhi di Nicholas, scolpita nei lineamenti di Frieda, l’ombra-cicatrice del primo, tentato, suicidio: “Eri argento massiccio rivestito d’oro con la punta di nichel. Traiettoria perfetta come attraverso l’etere. Persino la cicatrice sulla guancia, dove avevi probabilmente sfregato sul cemento, era la riga della canna che ti manteneva dritta sull’obiettivo”.

L’obiettivo-fantasma che l’ha strappata dai vivi: “Il tuo Papà, il dio con la pistola fumante”…
Non volevi essere come Cristo” scriverà Hughes, in un moto di accusa e biasimo “Volevi essere con tuo padre in qualunque luogo egli fosse. E il tuo corpo ti sbarrava il passaggio. E la tua famiglia che era carne e sangue tuo lo appesantiva. E un dio che non era tuo padre era un falso dio. Ma non volevi essere come Cristo”.

Il “colosso”, (Hughes come huge, enorme, immenso, come lo definirà la Plath dedicandogli la prima raccolta di versi, la sola pubblicata in vita, altare di un dio che non è più) che era la “salute” di Sylvia, si ammala rimpicciolendo la sua stazza, nelle pagine di un viaggio che, sente, privo di ritorno: pubblicate Lettere di compleanno, Ted è libero di andare.
Un Orfeo mancato e discinto, così, barcolla nella bellezza disperata di liriche estreme, comprime la sua voce in lacrime terse che la Poesia, incurante, divora…il cancello della Morte rimane socchiuso, alle spalle di lui.
Non ha un dolore da sconfiggere, Hughes, né pudori da difendere, solo le sfaccettature di “un prisma che rigiro di qua e di là. Di là vedo il velato barbaglio marino delle tue estasi, le tue visioni nel cristallo.Di qua la lampada irreparabilmente infranta nella mia cripta di sogno, tenebra totale, sotto la pietra della tua tomba”.
E’ la colpa di un amore che, forse, per sopravvivere a se stesso, non avrebbe dovuto essere tale: “Da soli avremmo potuto, l’uno o l’altra, incontrare una vita. Coppia siamese, suppuranti ciascuno una singolare infezione dell’anima per l’altro, ciascuno era il palo che infilzava l’altro. Faticosamente, in silenzio percorrevamo le strade, confermandoci l’un l’altro, resi storpi e ciechi dai sogni”.
Il silenzio si sfalda e quanti l’hanno voluto additare come il solo colpevole del suicidio di Sylvia vengono relegati nell’impressionante “I cani mangiano vostra madre”, quasi sigillo finale all’intera raccolta.
Lettere-visioni di un orfano di se stesso per l’altra che si rinnova nell’assenza violenta della propria scomparsa.

Lettere di compleanno (Traduzione e note a cura di Anna Ravano, introduzione di Nadia Fusino. Testo originale a fronte), Ted Hughes, Oscar Mondadori.



Nota biografica essenziale:

Nato il 17 agosto 1930 nello Yorkshire inglese, Ted Hughes entra a Cambridge, iscrivendosi dapprima in letteratura e nutrendo, oltre la vocazione alla poesia -pubblicando i primi versi su qualche rivista, il sogno di abbandonare ogni cosa per partire in Australia…
Dopo aver interrotto gli studi letterari in favore di quelli archeologici, si laureerà nel 1954, ma per vivere abbraccerà i mestieri più diversi.
Nel 1956 sposa Sylvia Plath che, ciecamente convinta del talento di lui, invia una silloge poetica a un premio letterario americano nella cui giuria spiccano nomi illustri quali W.H Auden e Marianne Moore.

Hughes viene premiato e l’anno successivo pubblicherà The Hawk in the rain.
La coppia si trasferirà per un breve periodo nel Massachussets, salvo poi ritornare in Inghilterra dove, nel 1960, nasce Frieda e Hughes darà alla stampa Lupercal.
L’anno seguente verrà al mondo Nicholas, ma il matrimonio ormai è in crisi, Sylvia manifesta forti segni di una depressione lancinante, Ted la tradisce; i due finiscono col separarsi.
Nel 1963 la Plath si toglie la vita.
Ted prenderà con sé i bambini, chiudendosi in un ostinato silenzio contro chi lo giudicherà sempre l’omicida psichico della moglie.
Nel 1998, pochi mesi prima della morte, pubblicherà lo struggente e conclusivo Bithday Letters, tributo e commiato alla novella Alcesti che mai, in fin dei conti, aveva davvero lasciato.

Ted Hughes, insignito dell’importante nomina di Poeta Nazionale Inglese, è stato il curatore delle opere della Plath, oltre che autore di libri per l’infanzia.

Altre poesie

GRANCHIO (da “La borsetta della sirena” - Edizioni Mondadori)

Nelle pozze della bassa marea
mi acquatto quieto come una compatta
scatola degli attrezzi
Ma quando sale la marea io fuggo
danzando sulle punte - tiptap tip -
tra uno svolio di veli
E poi con le mie pinze piroetto
meglio del ballerino più perfetto
e indifferente i cavalloni infrango
improvvisando un tango

***

In inglese

Now, 35 years after her death, the man often accused of stifling Plath and pushing her toward suicide is breaking his self-imposed silence. In his new book, “Birthday Letters ” - which made front-page news on both sides of the Atlantic and was an immediate bestseller in Britain and the US - Hughes offers a collection of 88 poems written secretly over 25 years. In it, he speaks as if directly to Plath.
In this one-way conversation, Hughes examines the stormy relationship that ended when he left Plath for another woman, who also committed suicide. As one might expect, Hughes reveals a wide range of emotions: moments of passion, tenderness, confusion, and pathos. It’s difficult not to be moved by poems like “Daffodils,” which begins:

Remember how we picked the daffodils?
Nobody else remembers, but I remember.
Your daughter came with her armfuls, eager and happy,
Helping the harvest. She has forgotten.
She cannot even remember you…
and ends withBut somewhere your scissors remember. Wherever they are.
Here somewhere, blades wide open,
April by April
Sinking deeper
Through the sod - an anchor, a cross of rust.

His best poems present an endearingly honest voice, and, more interesting to both scholars and lay readers alike, portray a Plath who has not been seen elsewhere. This is the kind of contribution one would hope “Birthday Letters” could make.

But while Hughes doesn’t hide the tension in their seven-year marriage, he also doesn’t allow himself many unguarded moments. There is little self-examination on Hughes’s part, little surprise, and too many poems where he tries to tell Plath what she was feeling. As a result, “Birthday Letters” provides little insight into either poet’s experience, nor is it great, or even consistently good, poetry. Certainly, the poems will not exonerate Hughes in the minds of readers who won’t forgive him for destroying her last journal.

“Birthday Letters” has a strange passivity, considering that Hughes (Britain’s poet laureate since 1984) became famous for work that is charged, almost brutal at times. There are two big problems with this collection. First, much of the writing is proselike, almost pedestrian. Hughes tries so hard to be conversational and to build his case that he leaves out the artistry.

Lines like these from “18 Rugby Street” are typical:

You were slim and lithe and smooth as a fish.
You were a new world. My new world.
So this is America, I marvelled.
Beautiful, beautiful, America
!

Second, and perhaps more troubling, is the way Hughes explains away what happened in his marriage. In poem after poem, he makes it clear that he can’t possibly be responsible for Plath’s death because it was “preordained.” Her fate (he always played her protector) was written in the stars, determined by poetry and spirits, he says. The influence of Plath’s dead father, not Hughes, drove her to despair. Hughes was largely an innocent bystander, as in “Visit”:

Nor did I know I was being auditioned
For the male lead in your drama,
Miming through the first easy movements
As if with eyes closed, feeling for the role.
As if a puppet were being tried on its strings,
Or a dead frog’s legs touched by electrodes
.

Even the woman he left Plath for is explained away in simplistic terms in “Dreamers”:

The Fate she carried
Sniffed us out
And assembled us, inert ingredients
For its experiment. The Fable she carried
Requisitioned you and me and her,
Puppets for its performance
.

The fatalism in these poems becomes tiresome quickly. The predictable perspective makes the speaker seem so uninsightful that even when he deals with a serious issue - Plath’s relationship with her father, for example - the reader isn’t satisfied. Hughes reduces everything to glaring simplicity and skirts too many legitimate issues.

“Birthday Letters” becomes more interesting when it captures the energy of Plath’s forceful poems, her intensity, her tight, almost visceral imagery. But the strongest work comes when Hughes stops trying to explain Plath’s emotions and allows himself to get in touch with his own.

That is when Hughes steps out of Plath’s shadow and writes truly memorable poems. Too bad he didn’t have the wisdom to let “Birthday Letters” consist of only the 20 or 30 best pages. He would have resumed his silence sooner, but his words would have lasted longer.

Elizabeth Lund is the Monitor’s poetry editor.


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