Poesie di Ted Hughes

2 Novembre 2007 pubblicato da Cristina



Preda

Fustigato con le zampe fino all’azzoppimento
colpito al capo con proiettili di cervello
accecato d’occhi
inchiodato dalle sue stesse costole
strangolato sin quasi all’ultimo suo rantolo
dalla sua stessa trachea
tramortito dalle bastonature del suo stesso cuore
vedendo la sua vita trapassarlo, un balenar di sogno,
mentre affogava nel suo sangue
tirato sotto dal peso dei suoi visceri
lanciando un urlo sventrante ch’era lo svellersi delle sue radici
dall’atomo del fondo roccioso
spalancando la bocca e lasciandosi irrompere dall’urlo come in distanza
e fracassato tra i rifiuti del suolo
riuscì a udire, debole e lontano - “E’ un maschio”
poi tutto divenne nero.

***

Lignaggio

In principio era Grido
Che generò Sangue
Che generò Occhio
Che generò Paura
Che generò Ala
Che generò Osso
Che generò Granito
Che generò Viola
Che generò Chitarra
Che generò Sudore
Che generò Adamo
Che generò Dio
Che generò Niente
Che generò Mai
Mai Mai Mai

***

L’uomo e la donna

I novelli sposi si nascosero per tre giorni

Lei gli da’ gli occhi, trovati
tra le macerie, tra i coleotteri

Lui le da’ la pelle
Come se la prendesse dall’aria, adagiandola poi su di lei
Lei piange di timore e sorpresa

Lei ha trovato per lui le mani, gliele ha inserite di nuovo sui polsi
Mani di se’ sorprese, la toccano dappertutto

Lui ha montato per lei la spina dorsale, ha pulito con cura ogni vertebra
E le aggiusta in ordine perfetto
Un rompicapo sovrumano ma lui e’ ispirato
Lei flette la schiena qui e la’ per provarla, ridendo incredula

Ora lei ha preso per lui i piedi, li sta fissando
E l’intero corpo di lui si illumina

E lui ha formato per lei dei fianchi nuovi
Completi di tutte le giunture e di avvolgimenti nuovi per le bobine,
lucenti d’olio
Sta lucidando ogni pezzo, lui stesso quasi non riesce a crederci

Continuano a portarsi a vicenda al sole, scoprono che e’ facile
E provano ciascuna novita’ ad ogni nuovo passaggio.

Ora lei ripiana le piastre sul cranio di lui
Per renderne invisibili le giunture
Ed ora lui collega per lei la gola, il petto e l’incavo dello stomaco
Con un’unica gugliata di filo.

Lei da’ a lui i denti, annodandone le radici al rocchetto del suo corpo

Lui sistema i cerchietti sui polpastrelli di lei

Lei ricuce qui e la’ il corpo di lui con seta d’acciaio purpureo

Lui lubrifica i delicati ingranaggi della bocca di lei

Lei fodera la nuca di lui con pergamena tagliata a misura

Lui spinge a posto l’interno delle cosce di lei

Cosi’ ansimando di gioia, con grida di meraviglia
Come due dei di fango
Cascando scomposti per terra, ma con infinita attenzione

A vicenda si rendono perfetti.



Dedicata a Sylvia Plath

Più alta
di quanto non saresti più stata.
Ondeggiavi così snella
che le tue lunghe, perfette gambe americane
sembravano salire su su su.
Quella mano divampante,
quelle lunghe dita danzanti,
di eleganza scimmiesca.
E il viso: una palla tesa di gioia.
Ti vedo là, più chiara, più vera
che in tutti gli anni nella sua ombra -
come se ti avessi visto quell’unica volta e poi più.
La cascata sciolta dei capelli
quella molle cortina
sul viso, sulla cicatrice.
E il tuo viso
una gommosa palla di gioia
intorno alla bocca dalle labbra africane, ridente,
dipinte di cremisi.
E i tuoi occhi
strizzati nel viso, succo di diamanti,
incredibilmente luminosi,
come succo di lacrime
che potevano anche essere lacrime di gioia,
una spremuta di gioia.
Volevi strabiliarmi
con il tuo brio.

***

Come un Orfeo mancato

Se fossi stato appeso in spirito
A un uncino sotto il muscolo del collo.
Precipitati dalla vita
Facevamo un silenzio profondo, noi tre,
Ciascuno nel suo letto.
Ci confortarono i lupi.
Sotto quella luna di febbraio e la luna di marzo
Lo Zoo si era avvicinato.
E a dispetto della città
I lupi ci consolarono. Due e tre volte per notte
Per lunghi minuti
Cantavano. Avevano scoperto il nostro rifugio.
E i dingo, e i lupi dalla criniera brasiliana -
Tutti levavano la voce insieme
Col grigio branco del nord.
I lupi ci sollevarono nelle loro voci lunghe.
Ci avvolsero e irretirono
Nel lamento per te, nel compianto per noi,
Ci tramarono nelle loro voci. Giacevano nella tua morte,
Nella neve caduta, sotto la neve che cadeva.
E intanto il mio corpo affondava nella leggenda
In cui i lupi cantano nella foresta
Per due bambini trasformati nel sonno
In orfani
Accanto al cadavere della madre.

***

Marionette

“Vede, Signora,
io sua figlia l’ho sempre amata.
Arrivavo ogni mattina con in tasca
pesci vivi, oroscopi e poesie.
Ma la sua bambina aveva nel corpo
lune insanguinate,
l’impronta infangata di uno stivale.
Il suo odio fermentava con la frutta in cantina.
Il suo odio cresceva e cresceva,
strangolava la casa
Vede, Signora,
sono nato in una valle di fantasmi.
Un paese di morti dove quando fa buio
le divise dei soldati marciano vuote lungo le strade.
E ogni notte la sua bionda bambina mi chiedeva di morire,
ogni notte lasciava un cadavere di cenere sul letto.
Un uomo ha in bocca la fame mai sazia dei lupi.
Ha sempre bisogno di mordere,
di succhiare il sapore selvatico.
E il mio sperma impazziva nei lombi,
la nutrivo ogni notte con le gocce dei miei sogni.
Non l’ho cercata, lo giuro.
Mi ha trovato seguendo un’orbita errata di stelle.
Nuotando e nuotando contro corrente.
Allargava i suoi occhi nel buio,
fiutava il mio odore col ventre.
La chiamai dalla riva.
Era un luccio gigante,
una cornucopia di luce nella marea del mattino.
Guizzò nell’aria: aveva un feto nell’iride dell’occhio,
si dibatteva con furia contro l’uncino del mio sesso.
Vede, signora,
ero un baco senza pupille
lei mi chiuse le palpebre con dita sudate,
mi avvolse con un filo di bava
nel suo bozzolo bianco.
E a casa la sua bambina bella cadeva fra i narcisi.
Si rompeva in mille pezzi,
pura e dolorosa come un grido.
Un crack fra le mie mani, così.
La vita le usciva da un fianco,
il sangue tornava alla terra.
Io non centro, lo giuro.
Fece tutto da sola.”

***

Una santa americana

Ci sono amori senza paradiso.
Solitudini che seccano sul grembo
come macchie di parto.
Ted ha messo il suo cuore sotto spirito.
Lei adesso è immortale.
Un altare, una statua,
una icona.
È qui per restare:
sole che nasce all’incontrario,
bocca magica che vomita gigli.
È una madonna azzurra
che brilla sopra il nostro letto.
Ci scruta in silenzio. La bocca dolorosa,
immobile come la luna.
È un geyser che schizza su un continente buio.
Nel suo stomaco fermentano semi,
frumento, bulbi di fiori pronti ad esplodere.
Una divinità preistorica:
corpo di marmo
senza ombelico,
senza padre, né madre

***

Gas

La bocca del forno è un animale buono,
lo sbadiglio di un cane sdentato.
La cucina è igienica come un crematorio.
Il gas è una sciarpa di seta nell’aria,
ha l’odore pungente delle ascelle di Ted.
Shura dorme attaccata alla mia schiena.
È un piccolo innesto.
Una farfalla nella coperta;
il suo respiro è una garza.
Fuori la luna imbianca
la potatura senza sangue degli alberi.
Il prato è cangiante come una pellicola esposta.
Due pastiglie, perfette come una comunione
e orbito fuori dal mondo.
Ultimo volo sullo Zeppelin
contro l’irriducibile flusso delle maree.
Apro le orchidee dei bronchi
e respiro respiro.
Il cuore mi batte veloce come quello di un feto.
Un airone mi picchia dentro il cervello.
La casa è un polmone chiuso.
Il dolore ha il sibilo azzurro del gas.
Altre poesie
Rovi
L’aria intera, il giorno intero
vortica dei richiami delle taccole. La stirpe neonata
delle taccole è iniziata
alla taccolità - quella complicata
corte di convenzioni
e precedenze, di sciovinismo e leggi.
Corte che è quasi una prigione - con sbarre
di gridi e di segnali. Carcerieri
sono tutte le altre taccole. Aprendomi una via
tra i grovigli dei rovi
ho pensato di nuovo: mi sentono?
I rovi sono un tale successo, le loro difese
così elaborate,
la loro estensione così intenzionale, sono svegli?
Certo un nimbo di dolore e di piacere
siede sulla loro nuda corona,
la loro offerta sessuale. Certo non sono solo insensibili,
un vano andare a tentoni. E poi perché no?
Non è lo stesso per le cellule del mio sangue?
Le mie cellule cerebrali forse temono o sentono
il bisturi o l’incidente?
Anch’esse incoronano una pianta
di straordinaria insensibilità. E le taccole
si danno segretamente da fare per essere taccole
come se fossero semi nella terra.
L’intera claque è un’ottenebrata religione
intorno alla sintassi e al vocabolario divini
di una muta cellula, che non sa chi siamo
e neppure che siamo qui,
inimminenti come un qualsiasi fiore di rovo.

***

Indovinello

Chi sono?

Proprio come tu sei mio padre - Io sono la tua sposa
Come il tuo discorso s’affilava - Il mio silenzio s’allargò.
Come la tua risata s’adattava a se stessa - La mia mutezza stese più larga la sua bocca
Come scegliesti la tua direzione - Fui stracciata e trascinata
Come ti difendesti - Raccolsi i tuoi colpi, fui percossa all’indietro
Come tu scansasti - Io ricevetti in pieno
Come tu attaccasti - Io fui sotto i tuoi piedi
Come tu salvasti te stesso - Io ero perduta
Quando arrivasti vuoto - Io radunai tutto ciò che avevo e ti perdonai
Ora mentre affronti la morte - Ti offro la vita
Proprio come di sicuro sei mio padre - Ti partorirò
Mio primogerito - In un immutabile mondo cambiato - Di vento e di sole, di roccia e d’acqua - al pianto.”

***

The Shot

Il tuo culto aveva bisogno di un dio.
Se non c’era, ne trovava uno.
Comuni ragazzoni sportivi diventavano dèi -
deificati dalla tua infatuazione
che sembrava progettata fin dalla nascita per un dio.
Era una cerca-dio. Una trova-dio.
Papà ti aveva puntata su Dio
quando la sua morte fece scattare il grilletto.
In quel lampo
vedesti tutta la tua vita. Il rimbalzo ti proiettò
lungo tutta la carriera di prima della classe
con la furia
di un proiettile ad alta velocità
che non può perdere un solo piede-libbra
di energia cinetica. Gli eletti
praticamente morivano all’impatto -
troppo mortali per incassare il colpo. Erano realtà mentale,
provvisoria, speculativa, mera aura.
Eventi alla barriera del suono lungo la tua traiettoria.
Ma dentro il tuo Kleenex zuppo di singhiozzi
e i tuoi attacchi di panico il sabato sera,
sotto i capelli pettinati ora in questo ora in quel modo,
dietro quelli che sembravano rimbalzi
e la cascata di grida in diminuendo,
non deflettevi.
Eri argento massiccio rivestito d’oro
con la punta di nichel. Traiettoria perfetta
come attraverso l’etere. Persino la cicatrice sulla guancia,
dove avevi probabilmente sfregato sul cemento,
era la riga della canna
che ti rimaneva dritta sull’obiettivo
Finché il tuo vero bersaglio
non si nascose dietro di me. Il tuo Papà,
il dio con la pistola fumante. A lungo
vago come nebbia, non seppi nemmeno
di essere stato colpito,
né che mi avevi trapassato da parte a parte -
per seppellirti finalmente nel cuore del dio.

Al mio posto, il giusto medico-stregone
forse ti avrebbe afferrata al volo a mani nude,
ti avrebbe palleggiata, per raffreddarti,
senza dio, felice, pacificata.
Io riuscii solo ad afferrare
una ciocca di capelli, il tuo anello, l’orologio, la vestaglia.

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