Antonella Mancini
L’intensità dell’esperienza femminile nell’universo poetico di Sylvia Plath
di Antonella Mancini
“Noi indugiamo con una certa soddisfazione sulla differenza fra la poetessa e i suoi predecessori, specie quelli più immediati: ci sforziamo di trovare qualcosa che si possa isolare, per goderne. Se invece ci accostiamo a una poetessa senza questo pregiudizio, spesso scopriamo che le parti non solo migliori, ma più individualizzate della sua opera, sono forse quelle in cui i suoi antenati, i poeti defunti, riaffermano più vigorosamente la loro immortalità”[1]. Queste parole del poeta inglese Thomas Stearns Eliot ci danno un’idea del ruolo fondamentale assunto dalle scrittrici nel vasto panorama letterario mondiale, ed in particolare, americano.
Pochi sono stati i poeti del ventesimo secolo come Sylvia Plath la cui vita e opera – profondamente intrecciate – hanno dato origine ad un dibattito piuttosto controverso circa l’effettivo valore delle sue opere. Eppure notevoli sono i meriti di questa giovane autrice che ha saputo presentare nella sua poesia immagini reali ed espressive dell’esperienza umana femminile parallela alla storia della letteratura americana.
Fu dopo la pubblicazione della sua raccolta poetica, The Colossus (1960), che s’impose all’attenzione del mondo contemporaneo come una delle poetesse più importanti della sua generazione[2].
Così, quando nel 1963 si uccise a soli trent’anni, non solo gli intellettuali e poeti che avevano riconosciuto le sue grandi qualità artistiche ne furono profondamente colpiti, ma principalmente tutte quelle donne che si erano riconosciute nelle esperienze tormentate e profonde dell’universo femminile da lei così lucidamente descritto. L’interrogativo che si ponevano tutti e che ancora oggi non ha una risposta è: perché una donna come lei, dalla vita brillante, capace di scrivere e riportare in superficie emozioni nascoste nell’animo umano, sia stata “incapace” di vivere?
Sylvia era una poetessa famosa, giovane, di bell’aspetto, amica di poeti e critici come Stephen Spender e Alfred Alvarez, che la stimavano e la incoraggiavano a scrivere. E se i suoi versi sono dolorosi, se il tema della morte appare spietato, e nel suo unico romanzo, The Bell Jar (1963), traspare tutta la sua infelicità, nelle seicento lettere indirizzate alla madre, Letters Home (1975), pubblicate postume, c’è tutto un inno alla vita e al “successo”.
In un certo senso, si può ritenere Sylvia vittima del suo essere donna, di un’utopia che le pareva realizzata ; i suoi “guai” sono stati l’emancipazione, gli studi al college e, insieme, l’esperienza del matrimonio e della maternità. Ma anche il ruolo dei genitori, Aurelia e Otto Plath, è stato decisivo per la sua formazione. La madre, Aurelia Schober, di origine austriaca, aveva rinunciato all’insegnamento del tedesco e dell’inglese presso la prestigiosa Brookline High School, per seguire ed assistere il marito Otto Plath, biologo darwiniano. Questi ammalatosi gravemente, rifiutò di farsi curare isolandosi dalla famiglia e allontanando i figli Sylvia e Warren. Otto Plath morì nel 1940 e al padre Sylvia dedicherà una delle sue poesie più celebri: Daddy.
Così la Plath rimasta orfana a soli otto anni, viene educata dalla madre nel rispetto delle migliori virtù americane, tanto caratteristiche del New England in cui era nata nel 1932. Il dolore per la morte del padre era comunque sempre dentro di lei e alcuni mesi dopo scrisse la sua prima poesia pubblicata sul Boston Sunday Herald :
Hear the crickets chirping in the dewy grass. / Bright little fireflies / /Twinkle as they pass[3].
Cominciò a vincere molti premi tra cui una borsa di studio per il famoso Smith College e un concorso letterario indetto dal settimanale femminile Mademoiselle. La scrittura rappresentava ora un modo per evadere dalla routine quotidiana, per conquistare la tanto sospirata indipendenza e nel contempo soddisfare il suo desiderio di conoscere il mondo.
I am afraid, of getting older. I am afraid of getting married. Spare me from cooking three meals a day – spare me from the relentless cage of routine and rote. I want to be free – free to know people and their backgrounds – free to move to different parts of the world so that I may learn that there are other morals and standards besides my own. I want, I think, to be omniscient … [4].
Sylvia voleva aggiornarsi culturalmente per essere in grado di eccellere; il suo desiderio di premi non era una semplice debolezza infantile ma corrispondeva al bisogno di essere riconosciuta nel suo ruolo di scrittrice. “…La sua posizione era quella di uno straniero che voleva farsi accogliere dalla comunità, ma avvertiva continuamente di non appartenerle…”[5].
Ella, infatti, aveva avuto un impatto disastroso con la società mondana newyorkese e il lavoro incessante, una realtà nuova in cui era indispensabile confrontarsi con gli altri, sono lo sfondo di un vuoto crescente, di un non sapere chi è, cosa vuole, di una vita che cade in frantumi.
Alcuni episodi segnarono ulteriormente il suo equilibrio già precario: il settimanale Mademoiselle le affidò subito l’incarico di intervistare il grande poeta Dylan Thomas, ma questi non si fece intervistare né trovare e Sylvia si sentì ferita, presa in giro. Un uomo tentò di violentarla e lei, rientrata in albergo, ebbe una crisi di nervi.
Oh, Mother, the world is so rotten! I want to die! Let’s die together[6].
Pochi giorni dopo tenta il suicidio. È costretta a ricorrere alla psicoterapia e all’elettroshock che l’aiutano a tornare gradualmente alla sua vita di studentessa brillante.
I know I can do it, Mother! I know I can do it ![7].
Tuttavia la rinascita di Sylvia è segnata da uno sdoppiamento della personalità; il mondo le appare diviso in due e la rottura si è generata con la sua grave crisi mentale. Tutto ciò in cui aveva creduto fino a quel momento sembra non avere più alcun senso. Il ritorno al mondo che per lei aveva incarnato la festosa pienezza dell’illusione americana, non corrisponde più al modello che le avevano insegnato ad amare e a desiderare, ora esso le appare come un’esasperata aderenza alle regole da lei stessa derise:
… Adhering to rules, to rules, to rules. Is this the one for the annunciation? My God , what a laugh! [8].
La crisi ha configurato una esistenza divisa tra l’apparire e l’essere, fra la tentazione del vivere ignari e quella di morire consapevoli; la soluzione al problema del rapporto tra le due polarità coesistenti verrà affrontata con la sua poesia resa in uno stile cristallizzato. Le sue parole ci confermano questa soluzione adottata con successo dalla Plath.
”Credo che le mie poesie provengano immediatamente dalle mie esperienze sensuali ed emotive, ma devo dire che non posso simpatizzare con queste grida dal cuore che non sono ispirate da nient’altro che un ago o un coltello o quel che sia. Credo che si dovrebbe essere capaci di controllare e manipolare le esperienze, anche le più terrificanti… e che si dovrebbe essere capaci di manipolare queste esperienze con uno spirito intelligente e informato. Io penso che l’esperienza personale non dovrebbe essere una specie di esperienza chiusa in sé, e narcisisticamente specchiante…”
Completa gli studi presentando una tesi di laurea il cui argomento rispecchia il suo attuale stato d’animo: il tema della doppia personalità in Dostoievsky. Parte per l’Inghilterra dove incontra Ted Hughes, poeta anticonvenzionale, che la affascina per la sua decisa e imponente personalità (a lui dedicherà la raccolta poetica The Colossus) al punto da incarnare ai suoi occhi la figura paterna venutale a mancare a soli otto anni, in grado perciò di offrirle l’equilibrio emotivo di cui avvertiva un bisogno estremo. Alla madre scrive parlando a fondo di Ted Hughes e nella lettera qui riportata acclude una poesia che allude proprio al cambiamento avvenuto nella sua vita dopo il fatale incontro con Ted:
… I shall tell you now about something most miraculous and thundering and terrifying… It is this man, this poet, this Ted Hughes. I have never known anything like it… I am writing poems, and they are better and stronger than anything I have ever done; here is a small one about one night We went into the moonlight to find owls: METAMORPHOSIS. Haunched like a faun, he hooed / from grove of moon-glint and fen-frost until all owls in the twigged forest flapped black to look and brood on the call this man made. / … No sound but a drunken coot lurching home all river bank; stars hung water-sunk, so a rank of doublestar-eyes lit / boughs where those owls sat. / An arena of yellow eyes / watched the changing shape he cut, / saw hoof garden from foot, saw sprout goat horns; / heard god rose and galloped woodward in that guise[9].
I due si sposano presto e Sylvia descrive il suo matrimonio come assolutamente perfetto, perché “solo nelle nozze con la chiara superficie solare l’oscurità trova momentaneo appagamento e rifugio”.
I due compiono numerosi viaggi in Europa e continuano a dedicarsi con intensità ai propri lavori letterari.
… We have such lovely hours together … We read, discuss poems, We discover, talk, - … he is better than any teacher , even fills somehow that huge, sad hole I felt having no father…[10]
La nuova e appagata dimensione della Plath moglie, è arricchita ulteriormente dalla maternità, un tema ricorrente in gran parte delle sue poesie e che analizzeremo in seguito. Alcuni eventi però la sconvolgeranno e così la nascita dei figli, Frieda e Nicholas, la vita di casa, la solita routine comune a tante donne che lei in passato aveva profondamente disprezzato, la costringono ad una scelta forte: chiedere la separazione legale da Ted. L’uomo che le aveva fatto credere in un nuovo inizio, le appare come un nemico. Rinnega suo marito perché le impedisce di dedicarsi a ciò che per questa donna rappresenta la vita: la poesia.
…I hope you will not too surprised or shocked when I say I am going to try to get a legal separation from Ted… I cannot go on living the degraded and agonized life I have been living, which has stopped my writing and just ruined my sleep and my health…[11].
Il suo ruolo diventa sempre più impegnativo per le notevoli responsabilità che ha, quali la vita e la cura dei bambini, la casa, il lavoro. Malgrado riceva l’appoggio costante degli amici, della poesia, della sua famiglia, Sylvia sente ormai le forze abbandonarla e consapevole di ciò non vede nient’altro che il nulla davanti a sé.
…I just haven’t written anybody because I have feeling a bit grim – the upheaval over, I am seeing the finality of it all and being catapulted from the cowlike happiness of maternity into loneliness and grim problems is no fun…[12].
La mattina dell’11 Febbraio 1963, dopo aver portato la colazione a Frieda e Nicholas, apre il gas e si uccide.
Sylvia non si è uccisa come prezzo da pagare alla sua poesia che purtroppo non è bastata a salvarla. La sua vita è stata specchio di tante identità riflesse, scisse, divise: donna-madre, donna-persona, donna in un mondo al maschile. Persino l’esperienza della maternità che ogni donna accoglie con gioia, per lei ha significato la cancellazione della propria identità, perché le madri sono donne e le donne sono figlie orfane da sempre. La poesia Three Women ha per tema tre diversi modi di vivere la maternità:
1) il rifiuto (la ragazza madre che abbandona il bambino):
I remember the minute when I knew for sure. /…I wasn’t ready …/ and the face went on shaping itself with love, as I was ready. …/ I am not ready for anything to happen./ I should have murdered this, that murders me../ What is it a miss?…./ I am young as ever, it says, what is it I miss?../.
2) l’incapacità (la donna che lo perde):
..I have had my chances. /I have tried and tried./I have stitched life into me like a rare organ…/I am a garden of black and red agonies…/ I see myself as a shadow, neither a man nor a woman, / neither a woman, happy to be like a man, nor a man /…It is I. It is I…/ There is a shadow starting from my feet.
3) la maternità realizzata e accettata:
I am very patient …/ Leaves and petals attend me / I am ready …I am calm, I am calm./…I shall be a wall and a roof, protecting./ It is the hook I hang on./ And I am a river of milk./…It is a terrible thing to be so open …I am reassured …I am simple again./ I believe in miracles[13].
Le tre voci corpo vivono esperienze diverse, ma ciò che unisce l’intrecciarsi delle tre voci è la maternità intesa come minaccia e negazione di sé. Certamente diventare madre ed essere figlia l’ha portata a vivere una scissione tremenda che ha tentato disperatamente di superare attraverso una qualunque unità. Neanche il suo rapporto con Ted Hughes le ha permesso di ricostruirsi, in quanto condividere l’esistenza con un poeta famoso, ha confuso il suo essere e la sua personalità con un’altra, quest’ultima dominante e capace di assorbirla completamente.
Perciò la sua poesia si rivela uno strumento indispensabile attraverso cui esprime una concezione tutta personale del mondo che la circonda. In essa appaiono figure, paesaggi, immagini, legate in un intreccio dove il mito assume la duplice funzione di origine e destino del testo stesso. In un dialogo continuo tra l’uomo (donna, uomo, bambino) e l’universo (terra, astri, animali) viene udita una sola voce nel silenzio del vuoto esistenziale, quella del poeta. Il linguaggio è pieno di metafore, simboli, suoni che servono a comunicare le sensazioni del suo corpo e della sua voce che non vuole morire.
La sua, però, è una voce rabbiosa rivolta ad un mondo pieno di contraddizioni e falsità, malvagità e indifferenza. Quando la Plath scrisse “Daddy”, raccontò che adorava il padre, anche se, molte volte aveva desiderato che fosse morto.
You do not do, you do not do any more, black shoe / in which I lived like a foot for thirty years, poor and white, / Barely daring to breath or Achoo. Daddy, I have had to kill you. / You died before I had time / Marble heavy, a bag full of God, / Ghastly statue with one gray toe / Big as a Frisco seal… / I never could talk to you…[14]
Ma quando Otto Plath morì Sylvia ebbe quasi un senso di colpa, come se lo avesse ucciso lei. Il padre-Edipo aveva condizionato tutta la sua vita, dal suicidio al matrimonio giungendo persino ad identificarlo con la morte. Il ritmo ripetitivo della poesia richiama il ritmo delle filastrocche per bambini che la riporta all’infanzia, all’Edipo che rende pienamente il conflitto-contraddizione tra il sé bambina, e il sé di donna adulta. Infatti, la struttura della poesia è centrata sulla costante contraddizione tra l’adesso e la coscienza di sé che Sylvia ha provato nel momento della morte del padre, che la riporta al passato. Un tempo triste che la spingerà a scrivere l’opera The Colossus dedicata a Ted, lo sposo, ma che le è stata ispirata dolorosamente dalla figura paterna. Sylvia universalizza la figura del padre che è il marito, l’uomo che è anche il nazista, il bruto ariano.
… Not God but a swastika /so black no sky could squeak through. / Every woman adores a Fascist, / the boot in the face, the brute / Brute heart of a brute like you / …Daddy, Daddy, you bastard , I’m through…[15]
In questi versi è evidente l’amore e l’odio per quest’uomo, che per la Plath s’identifica con figure possenti e brutali legate all’abisso marino, dal quale egli emerge ogni tanto per poi ridiscendere per sempre.
Old man, you surface seldom. / Then you come in with the tide’s coming / When seas wash cold, foam - Capped: white hair, white beard, far-flung, / A dragnet, rising, falling, as waves crest and trough. / …All obscurity starts with a danger: / Your dangers are many. / I Cannot look much but your form suffers / Some strange injury and seems to die: so vapors / Ravel to clearness on the dawn sea…[16].
È questa l’immagine che affiora lentamente dalle sue poesie:quella di un mondo oscuro, sotterraneo, dal colore nero e verde, i colori del fondo marino che rivelano i misteri dell’inconscio e le ricchezze celate. La Luna “moonrise” è il simbolo dell’elemento femminile che appartiene alla superficie, dal colore bianco e perciò trasparente, come il ghiaccio o il cristallo.
Una poesia che analizza lo status della donna nei confronti dell’uomo è Purdah. Qui Sylvia ci parla di una donna velata, misteriosa, sottomessa ed emarginata. Donna nata da una costola d’Adamo:
Jade stone of the side, / the agonized / side of green Adam, I / smile, cross-legged, / enigmatical, shifting my clarities. / And should the moon, my indefatigable cousin rise, / with her cancerous pallors, dragging trees – little bushy polyps, little nets, my visibilities hide. / I gleam like a mirror. / I breath, and the mouth / veil stires its curtain, / my eye veil is a concatenation of rainbows. / I am his. / Even in his absence, / I revolve in my sheath of impossibles, Attendants of the lip! / I shall unloose one note. / Attendants! Attendants! / and at his next step, …I shall unloose from the small jewelled doll he guards like a heart. / The lioness, the shrieck in the bath the clook of holes[17].
Ella mostra di avere una profonda percezione della sua condizione femminile, prova una forte rivalità e identificazione nei confronti dell’uomo. Proprio da questo rapporto esistente tra i rappresentanti delle due sfere uomo-donna hanno origine le sue poesie.
Come “Purdah” Sylvia nel privato, nella sua vita familiare accettava di essere sottomessa, di considerarsi prolungamento dell’uomo; ma dinanzi alla società e al pubblico, ella intendeva sottolineare come le due sfere fossero due mondi distinti e separati e se non poteva essere superiore all’uomo, doveva essergli almeno uguale. Rifiuta una società che impone codici di comportamento alienanti ed elabora nella sua mente la convinzione che la morte rappresenti l’unica alternativa, in un mondo a pezzi (la campana di vetro si frantuma), incapace di dare un senso alla vita poiché sterile ed arido. In lei la morte non rappresenterà un elemento negativo, ma anzi sarà il momento del riscatto del mondo.
Quello che si è cercato di ricostruire è stato un viaggio mentale, un percorso di conoscenza, fatto di percezione e memoria, di intuizione e di forma, di conscio ed inconscio. Il passaggio dall’una all’altra polarità costituisce il viaggio della poetessa che è anche viaggio esistenziale il cui termine segna tristemente anche la fine della sua vita. Le parole di Leonardo Sciascia in La Scomparsa di Majorana sono emblematiche: “Nel genio precoce la vita ha come una invalicabile misura: di tempo, di opera. Una misura come assegnata, come imprescrittibile. Appena toccata, nell’opera, una compiutezza, una perfezione; appena svelato compiutamente un segreto, appena data perfetta forma e cioè rivelazione, a un mistero … appena dopo è la morte”.
Antonella Mancini
[1] E. Moers, Grandi Scrittrici, grandi letterate, Milano, 1979, pag. 75.
[2] Una generazione di poeti come Dylan Thomas, Allen Ginsberg, Robert Lowell, Sylvia Plath che, nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, decisero coraggiosamente di confrontarsi con il “caos” delle loro vite, facendo emergere nella poesia il loro mondo interiore e invocando con passione una maggiore libertà d’espressione.
[3] A. Schober Plath, Letters Home ”Introduction”, London, 1978, pag. 40.
[4] E. Aird, Sylvia Plath: Her life and Work, New York, 1975, pag. 5.
[5] G. Bompiani, Lo Spazio Narrante, Milano, 1975, pag. 124.
[6] L. Simpson, Studies of Dylan Thomas, Allen Ginsberg, Sylvia Plath & Robert Lowell, London, 1978, pag. 103.
[7]A. Schober, Plath’s Comment, Letters Home by Sylvia Plath, London, 1975, pag. 129.
[8] S. Plath, A birhday Present in “Ariel”, London, 1985, pag. 54.
[9] S. Plath, Letters Home, (letter dated April 19th, 1956), London, 1978, pag. 234.
[10] S. Plath , Letters Home, (letter dated November 29th, 1956), London, 1978, pag. 289.
[11] S. Plath, Letters Home, (letter dated August 27th, 1962), London, 1978, pag. 461.
[12] S. Plath, Letters Home, (letter dated February 4th, 1963), London, 1978, pag. 498.
[13] S. Plath, Winter Trees, London, 1971, pag. 150
[14] S. Plath, Selected Poems, London, 1985, pag. 60.
[15] S. Plath, Selected Poems, London, 1985, pag. 62.
[16] S. Plath, The Colossus, London, 1960, pag. 16.
[17] S. Plath, Winter Trees, London, 1971, pag. 58.
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