Le muse inquietanti
Si tratta di una poesia del marzo 1958, pubblicata nella prima raccolta (e l’unica non postuma) della Plath, Il Colosso (1960). Fa parte di una serie di testi ispirati ai quadri di Klee, Henri Rousseau e de Chirico. Con le atmosfere straniate e perturbanti di quest’ultimo la Plath sente una particolare affinità almeno fin dagli anni universitari. Parlando di questa poesia nel corso di una lettura radiofonica fatta per la BBC, la Plath dice, “Per tutta la poesia ho in mente le figure enigmatiche di questo quadro: tre terribili manichini da sarta senza faccia, vestiti in abbigliamento classico, seduti o in piedi e immersi in una luminosità strana che proietta le lunghe ombre nette tipiche delle primo de Chirico. Fanno pensare a una versione novecentesca di altri sinistri terzetti femminili: le tre Parche, le streghe del Macbeth, le sorelle della follia di de Quincey“. La poesia costituisce un atto di accusa contro la madre, che viene incolpata per avere ignorato i terrori che dominano l’inconscio della scrittrice. Come le cattive fate al battesimo, questi terrori sono i compagni di vita più intimi, di cui la madre, lontana dalla realtà della figlia turbata, non vuole ammettere l’esistenza. Nel corso del testo vengono tessuti insieme ricordi dell’infanzia, echi di antiche ballate (”E questo è il regno a cui mi hai portato, mamma, mamma”) e la classica fiaba a lieto fine, qui ironicamente capovolto.
La figura vista nel quadro di de Chirico della testa ovale liscia e luminosa diverrà ricorrente nella poesia della Plath, fondendosi talvolta con quella dell’infermieria calva, talvolta con quella “di volta in volta muta, selvaggia, calva, materna, petrosa della musa-luna”.
(A. Ravano, Silvia Plath, Opere, I Meridiani)

Brenda Porster
Giorgio De Chirico (1888-1978) nacque in Grecia da genitori italiani. Nel 1906 si trasferì a studiare a Monaco, dove venne a contatto con la cultura tedesca più viva del momento. Si interessò alla filosofia di Nietzsche, Schopenhauer e Weininger e fu molto colpito dalla pittura simbolista e decadente di Arnold Böcklin e Max Klinger. Nel 1910 si trasferì a Parigi dove divenne amico dei poeti Valery e Apollinaire, ma rimase estraneo al cubismo che, in quegli anni grazie a Picasso, rappresentava la grossa novità artistica parigina. Egli rimase comunque sempre estraneo alle avanguardie, nei confronti delle quali manifestò spesso atteggiamenti polemici. In quegli anni dipinse molti dei suoi quadri più celebri che vanno sotto il nome di “Piazze d’Italia”. Si tratta di immagini di quinte architettoniche che definiscono spazi vuoti e silenziosi. Vi è la presenza di qualche statua e in lontananza si vedono treni che passano. L’atmosfera magica di queste immagini le fa sembrare visioni oniriche. Nel 1916, all’ospedale militare di Ferrara, De Chirico incontrò Carrà, ed insieme elaborarono la teoria della pittura metafisica. Il termine metafisica nasce come allusione ad una realtà diversa che va oltre ciò che vediamo allorché gli oggetti o gli spazi, che conosciamo dalla nostra esperienza, sembrano rivelare un nuovo aspetto che ci sorprende. E così le cose che conosciamo prendono l’aspetto di enigmi, di misteri, di segreti inspiegabili. In questo periodo, oltre agli spazi architettonici, entrano nei soggetti dechirichiani anche i manichini. Questa forma umana, pur non essendo umana, si presta egregiamente a quell’assenza di vita che caratterizza la pittura metafisica. Dal 1918 al 1922 partecipa attivamente alla vita di “Valori Plastici”, mentre nel 1924 torna a Parigi dove frequenta il gruppo dei Surrealisti. Benché i surrealisti riconoscono in De Chirico un loro precursore, il pittore italiano non accettò mai di integrarsi nella loro poetica o nel loro stile. A lui era estranea soprattutto quella accentuazione della dimensione onirica, fatta di automatismi inconsci. In seguito la sua pittura si rivolse sempre più ad una classicità di tipo archeologico, dove il ricorso alle mitologie venne sempre interpretata in chiave metafisica, che rimase comunque il suo principale amore. E alla pittura metafisica fece costantemente ritorno anche negli anni successivi, fino a quando morì a Roma nel 1978, all’età di novanta anni.
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