La campana di vetro

27 Ottobre 2007 pubblicato da Cristina



Da: La campana di vetro

Mi destò il suono della pioggia.

Era buio pesto. Dopo un istante distinsi la debole intelaiatura di una finestra che non mi era familiare. Ogni poco tuttavia un raggio di luce appariva, uscendo dell’aria leggera, attraversava la parete come un dito spettrale in esplorazione e scivolava via di nuovo. Poi sentii il fioco suono di un respiro. Dapprima pensai che fosse il mio respiro e che stessi giacendo nel buio della mia camera d’albergo dopo essere stata avvelenata. Trattenni il respiro, ma il suono continuò.

Un occhio verde luccicava sul letto accanto a me. Era diviso in quattro quadranti come una bussola. Mi sporsi e accostai la mano. Lo sollevai. Con esso venne dietro un braccio, pesante come quello di un morto, ma caldo di sonno.

L’orologio di Constantin segnava le tre.

Egli giaceva in maniche di camicia, calzoni e calze, proprio come lo avevo lasciato quando mi ero addormentata, e a mano a mano che gli occhi mi si avvezzavano all’oscurità, distinsi le pallide palpebre e il naso diritto e la bocca tollerante e proporzionata, ma parevano immateriali come disegnati sulla nebbia. Per pochi minuti mi piegai su di lui, studiandolo. Non mi ero mai addormentata accanto a un uomo. Tentai di immaginare come sarebbe andata se Constantin fosse stato mio marito. Si­gnificava alzarsi alle sette, cuocere uova e pancetta, preparare toasts e caffè e gironzolare in camicia da notte e bigodini dopo che se ne fosse uscito al lavoro, lavare i piatti sporchi e rifare il letto, e poi, quando fosse tornato a casa dopo una giornata piena di attività e mistero, si sarebbe aspettato un bel pranzetto e avrei passato la sera a lavare di nuovo piatti sporchi finché non mi fossi lasciata cadere sul letto letteralmente esausta.

Mi pareva una vita arida e sciupata per una ragazza con quin­dici anni di ottime classifiche; ma sapevo bene in che consistesse il matrimonio perché cucinare, pulire e lavare erano per l’appunto le cose che la mamma di Buddy faceva da mane a sera, ed era la moglie di un professore universitario ed era stata ella stessa insegnante in una scuola privata.

Una volta che andai a far visita a Buddy, trovai la signora Willard che intrecciava un tappetino con strisce di lana tirate fuori dai vecchi abiti del marito. Passò intere settimane su quel tappeto e avevo ammirato i colori marrone verde e blu dei tweed che formavano il disegno dell’intreccio, ma dopo che la signora lo ebbe terminato, anziché appendere il tappeto alla parete come avrei fatto io, lo mise in terra in luogo del suo stoino di cucina; in pochi giorni diventò sporco, opaco e simile a qualsiasi altro zerbino comperato per meno di un dollaro.

E sapevo che malgrado tutti i mazzi di rose e i baci e i pranzetti al ristorante che un uomo faceva piovere abbondantemente su una donna prima di sposarla, quello che egli segretamente voleva, appena fosse terminato il servizio nuziale, era di schiacciarla ben bene sotto i piedi come il tappetino di cucina della Willard.

Non mi aveva forse la mia stessa mamma raccontato che, non appena lei e il babbo avevano lasciato Reno per il loro viaggio di nozze - mio padre era stato sposato una prima volta e aveva dovuto divorziare - egli le aveva detto: «Evviva! Che sollievo ora che possiamo smettere di fare la commedia ed essere finalmente noi stessi!». E da quel giorno mia madre non ebbe più un minuto di pace.

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