I diari
Stralci
6 Marzo 1956, martedì pomeriggio
Il sole inonda la stanza mentre scrivo e ho passato il pomeriggio a comprare arance e formaggio e miele e a sentirmi molto felice dopo due settimane di forte malessere, perchè ogni tanto riesco a vedere come dobbiamo vivere in questo mondo anche se la nostra vera anima non è tutta con noi; somministro in cucchiaini omeopatici la mia intensità e passione al mondo..posso offrire a tutti [..] i miei fantastici impulsi amorosi, in piccole dosi che non li feriscano e non li facciano star male perchè sono troppo potenti. Posso e devo farlo. Ho sperato in una notte di terrore che un amore tanto irrevocabile non mi legasse a te per sempre. Ho lottato a lungo per liberarmi come dal peso di un nome che poteva essere un bambino o un tumore maligno; non lo sapevo. Lo temevo soltanto. Ma anche se ho girato piangendo (dio, se l’ho fatto) e sbattendo la testa contro i chiodi, pensando disperatamente che se fossi stata in fin di vita, e avessi chiamato, tu saresti corso, ho scoperto quel che più temevo, nella mia debolezza. Ho scoperto che neanche tu hai il potere di iberarmi o restituirmi l’anima; potresti possedere decine di amanti, di lingue e di paesi e io potrei continuare a scalciare; ancora non sarei libera.
Hai vent’anni. Non sei morta, anche se lo eri. La ragazza che morì. E fu resuscitata. Bambini. Streghe. Magia. Simboli. Ricordati l’illogicità di quella fantasia. Lo strano scenario del ripostiglio dietro il bagno: la festa, la bestia e la caramella ripiena. Ricorda, ricorda: per favore, non morire di nuvo: fai in modo che ci sia almeno continuità - un nucleo compatto - anche se la tua filosofia dev’essere sempre una dialettica dinamica, in movimento… Quanti futuri - (di quante morti diverse posso morire?). Quanto sono bambina? E adulta? E donna? Le mie paure, i miei amori, i miei desideri - vaghi, nebulosi… Amare, essere amata. Da una persona. Dal genere umano. Ho paura dell’amore, del sacrificio sull’altare. Voglio pensare. crescere, spiccare il volo senza paura: per favore, per favore.
…3 gennaio 1959, sabato.
[...] C’è un grande dramma chiuso, sanguinoso, che si replica in continuazione dietro la facciata luminosa dei nostri rituali quotidiani di nascita, matrimonio, morte; dietro i genitori e la scuola e i letti e i banchetti: le ombre scure, crudeli, gli animali demoniaci, gli Affamati…
.mercoledì, 7 gennaio 1959.
L’astratto uccide, il concreto protegge (domani proviamo a capovolgere il concetto). Così l’Idea di Quel che Dovrebbe Essere o di Quel che Uno Dovrebbe Fare porta alla disperazione una bestia bipede onnivora ed evacuante. Quanto aiuta spolverare, lavare i piatti tutti i giorni, parlare con gli amici che non sono matti e che spolverano, lavano e pensano che questa sia la vita che c’è da vivere…
…Ho paura di crescere. Ho paura di sposarmi. Non voglio ridurmi a cucinare tre pasti al giorno, essere intrappolata nel tran tran quotidiano. Voglio essere libera… (“Letters home”).
non è vero quello che scrivo, sono buona, sono felice, rispetto le regole, lo prova la mia vita, ho fatto tutto quello che una donna deve fare… (“Letters home”),
in qualche modo, per scrivere poesie, ho bisogno di sapere che ho davanti a me tutto il tempo che voglio: niente pasti da cucinare, niente libri…
Non solo una donna, né un’autrice, nei Diari, che restano pagine di una narratrice indotta che affronta vicende occasionali, o il labirinto dei suoi anni, e avverte l’esigenza e il bisogno emotivo di inventare dei registri stilistici per incastrarvisi dentro. Non a caso dirà: “La vita non vale la pena di essere vissuta se non la si può riportare in scrittura” e nessun calligrafismo stride in queste pagine, nelle lettere, ma creazione sempre, creazione pura. Immagini che tagliano
Ora so cos’è la solitudine, credo. Perlomeno la solitudine passeggera. Nasce da un punto indefinito dell’io: come una malattia del sangue che si diffonde in tutto il corpo sicché non si può localizzare il focolaio, l’origine del contagio.[...]Nostalgia è il nome che gli altri danno al malessere che ora mi domina. Sono sola in camera mia, sospesa tra due mondi”.
E ancora:
“Sono teatrale, certo, sto facendo del cinismo e del sentimentalismo mescolati insieme. Ma in tempi sereni potrei crescere e scegliere la mia strada. Adesso vivo in bilicoemozioni: l’amore e l’odio, l’angoscia e la tristezza, la gioia, la fama e l’inespressione, la fragilità e l’eccesso, non trovano requie, forse, ma il loro limbo esclusivo, sì.
Siamo tutti sull’orlo e ci vogliono nervi saldi, ci vuole tanta energia, per stare in bilico sul bordo mentre sbirciamo oltre, guardiamo giù nell’oscurità ventosa senza riuscire a scorgere neppure a scorgere, attraverso la foschia gialla e puzzolente, quello che c’è laggiù, nel fango, nel fango trasudante e striato di vomito [...]” .
Scrittura come antidoto, non come terapia, per contenere l’avvelenamento da un dolore che l’accompagna da bambina e che altrove, nelle poesie soprattutto, acquisterà i contorni di un retaggio familiare ciondolante di miti sull’origine pura e una pretesa autorità derivante da un concetto di eticità superiore. E man mano che le pagine si sovrappongono, cresce la donna e cresce l’autrice, si acutizza la sensibilità su una pelle sottile su cui affiorano nervi scoperti, e nodi, vertici e abissi:
“Non amo; non amo nessuno all’infuori di me stessa. È questa una cosa davvero sconvolgente da riconoscere.[...] tanto per essere chiara, sono innamorata solo di me, un essere insignificante, con un seno troppo piccolo e un talento assai modesto. Riesco ad affezionarmi solo a quelli che riflettono il mio stesso mondo”. Oppure: “Dio, non sono mai stata tanto vicina al suicidio come adesso, il sangue insonne che arranca stordito nelle vene, l’aria grigia pesante di pioggia e [...] quel puzzo di catrame pungente, infernale [...]. Ho paura. Non sono piena, sono vuota. Sono dietro gli occhi come una caverna pietrificata, inerte, un abisso infernale, un nulla con le mie sembianze. Non ho mai pensato, non ho mai scritto, non ho mai sofferto. Voglio uccidermi, fuggire dalle responsabilità, tornare a rintanarmi nel grembo materno”.
Siamo dentro una vertigine, pagine vampire e claustrofobiche, che rimandano costantemente alla lotta dei tempi, Sylvia contro Sylvia, l’Io versus l’Es, e la voglia mai paga di essere migliore, fulgida, competitiva, la creazione di carne della sua immaginazione, la prova vivente di un talento che dubita sempre di avere:
“Se non sono capace di inventarmi delle storie a casa mia, non sarò capace di farlo da nessuna parte [...]La peggiore nemica della creatività è la mancanza di fiducia in se stessi. E tu sei talmente ossessionata dal pensiero che tra poco dovrai cavartela da sola, affrontare il grande, immenso mondo mangiauomini, che ti paralizzi: ti ribelli anima e corpo all’idea di vincolarti a un ruolo, a una vita che Potrebbe Non tirar fuori il Meglio di te”.
La testimonianza di una critica, ecco quale potrebbe essere il leitmotiv dei Diari, un costante refrain di recriminazioni e richiami, di un sentimento di piccolezza parassitaria che non le permette una visione distesa di sé, ma accumuli di lacerazioni e strappi perfino davanti a spicciole banalità.
“Anch’io voglio essere importante” scrive “Distinguendomi. Queste ragazze sono tutte uguali [...] Mi sento come Lazzaro: ha un tale fascino, questa storia. Ero morta e sono resuscitata,e mi aggrappo persino al valore puramente sensoriale dell’essere una suicida, dell’esserci andata così vicino, dell’uscire dalla tomba con le cicatrici e il segno deturpante sulla guancia[...]” .
Dirà - la stessa Plath - dei Diari che furono per lei una “litania di sogni, di indicazioni e imperativi”, un “deposito dell’immaginazione da cui estrarre il pressante materiale inconscio”, il telaio embrionale su cui innestare i temi recalcitranti delle poesie e seguirne la genesi. Parole che non si dissolvono, che non prendono la via del cielo, ma che restano ancorate alla terra, sanguigne e sanguinarie, odorano di zolfo, d’inferno, e anelano alla soddisfazione più grassa o alla tregua più asfittica. E l’amore che entra ed esce dalla vita di lei e Ted Hughes, altro e diverso dagli altri, che lancia sassi e fango alla sua finestra:
“[...]le due cose mescolate: il fango e il mio nome; il mio nome è fango” . E la voglia e la paura di lui: “[...] non troverai mai un altro Ted che avanza torreggiando, carico di poesie e di ricchezza [...] non è tenero, non ha amore per te[...]Lascialo andare. Abbi questo coraggio[...]” .
Come fosse semplice! Incrociarsi e riconoscersi tra tanti, tra gli altri, tra tutti e poi lasciarsi andare… …è un bivio: Sylvia lo sa, lo sente da subito; Ted Hughes lo saprà più tardi quando si lascerà vincere dal loro dramma ammettendo:
“Da soli avremmo potuto, l’uno o l’altra, incontrare una vita. Coppia siamese, suppuranti ciascuno una singolare infezione dell’anima per l’altro, ciascuno era il palo che infilzava l’altro. Faticosamente, in silenzio percorrevamo le strade, confermandoci l’un l’altro, resi storpi e ciechi dai sogni”.
Ma già la vicenda si sarà ripiegata su sé, sarà passato quell’11 febbraio e Ted prenderà con sé i loro bambini, Frieda e Nicholas, iniziando la propria discesa all’inferno: accusato da critica e pubblico, inedito, inviso e unico beneficiario delle opere di lei. Le pubblicherà. Lo accuseranno. Dita contro e pollice verso. Inizierà a indietreggiare nella sua solitudine di maschio e poeta e a non rilasciare più interviste alla stampa che chiede, insiste, vuole conto e ragione, del suo rapporto con Sylvia. Ma torniamo ai Diari, parla dei suoi progetti, spiega, desidera su tutto –Sylvia - essere produttiva:
“Le poesie sono monumenti di un momento. La mia elaborata terza rima mi sta stretta. Mi serve una Trama: persone che crescono, che si incontrano, che si scontrano con le circostanze: un bel minestrone di gente, che cresce, si fa male, ama e tira avanti come meglio può” .
Ma sulla Letteratura ritorna la Vita: è lei, è Sylvia, a incontrare, scontrarsi con Ted, a farsi male e ad amarlo solo per andare avanti come meglio potevano in due:
“Voglio essere una cicatrice di parole, un poeta: insieme a Ted. Libri, culle e padelle”
Sylvia è bella, ma non basta, non è mai bastato, oltre a non crederci lei, sembra che nemmeno i suoi amori ci avevano mai creduto: lei era strana, forse, agli occhi di chi la guardava senza vederla; era alta, era bionda, piaceva…ma era diversa. E la sua diversità pesava come una cappa. Diciamolo, non aveva mai avuto un gran fortuna con gli uomini. E Ted…già noto negli ambienti letterari, pericoloso come solo può esserlo un uomo sicuro di sé, e certo che il suo letto di scapolo non resterà così facilmente vuoto. Eppure…
“Ed eccomi qua: la signora Hughes. Moglie di un poeta pubblicato”
dopo un solo anno dal loro primo incontro. E il diario prende un’altra piega: smessi gli abiti malinconici, la greve pesantezza delle sue insicurezze, non c’è più posto se non per lui, Hughes, il colosso, la pantera, l’iter delle poesie che pubblica, la venerazione che lei ha per lui. È fiera, Sylvia: di lui, e del suo essergli accanto:
“Il libro di poesie di Ted, The hawk in the rain, ha vinto il concorso di “Harper’s” per un’opera prima inedita con la giuria formata da: W. H. Auden, Stephen Spender e Marianne Moore! Anche adesso che lo scrivo non riesco a crederci. La gentucola timorosa rifiuta. I grandi e spavaldi poeti di professione accettano” .
È il suo mondo, lui, la raddolcisce fino a sfinirla, si perde il suo egoismo e rimpicciolisce il suo sogno: è, però, finalmente felice. Chi dice che si scrive partorendo il dolore? E che si è isteriliti dalla felicità? Nascono giorni dove i pensieri s’infittiscono, ma la carta rimane virginale e il Diario annota questa condizione. Ma ritornano i demoni. E urlano, urlano sempre più forte. Paure. Paure a grappoli, di malattie, perfezionismi e scrittura senza pathos:
“In parte, credo, corro il rischio di dipendere troppo da Ted” :
ecco, lo pensa, lo scrive, lo dice. Da parolaia che è, Sylvia, lo sa: prendono concretezza, le parole, quando diventano. Sono, esistono. Le delusioni, i rifiuti delle poesie, acuiscono l’ascesa dello scontento: Marianne Moore risponde con una lettera astiosa alla sua richiesta di referenze per la borsa di studio Saxton: “non essere tanto macabra” le consiglia, riferendosi alle sue poesie. Inizia le sedute di psicoanalisi, le registra, racconta del padre e della madre, parla dell’amore per Ted e delle ristrettezze economiche di lavori precari, desidera un figlio… …e i grassi periodi di prima, nella pagine successive diventano frammenti, mozziconi nervosi, pensieri stringati, violenti, invidiosi. Scrive del rifiuto di Johnny Panic “senza una riga di commento” e degli incubi che le mangiano le notti e i verbi, s’incagliano nelle pagine pizzichi e periodi nominali. Ritorna il racconto il 17 gennaio 1962: sono pagine dedicate al parto e alla nascita di Nicholas , Ted le è accanto, ma lei annota:
“La placenta è schizzata fuori dentro una terrina di pyrex che si è arrossata di sangue. Era intatta. Avevamo un figlio. Non ho sentito nessun fiotto d’amore. Non ero sicura che mi piacesse”; piacerà, invece, a Frieda, la prima figlia, che lo terrà “in braccio piena d’orgoglio”.
Quegli stessi bambini che solo un anno dopo, l’11 febbraio del 1963, lei accompagnerà a scuola, dopo aver loro preparato la colazione; e poi, rientrando a casa, sigillerà porte e finestre, si sdraierà con la testa nel forno e aprirà il gas. Resterà solo un ultimo biglietto attaccato alla carrozzina di Nicholas e con su scritto: “Per favore,chiamate il dottor Horder”. Nient’altro. Sulla sua lapide, nel cimitero di Heptonstall, da lei descritto in November Graveyard, verrà incisa una frase buddista:
“Anche tra le fiamme violente si può piantare il Loto d’oro”.
Ma noi guardando oggi una sua qualunque fotografia dove lei ride, ricorderemo, forse, più le sue parole:
“C’è qualcosa che mi sta aspettando. Forse un giorno avrò una rivelazione improvvisa e potrò vedere l’altra faccia di questo enorme, grottesco scherzo. E allora riderò. E saprò cos’è la vita”. E noi sapremo chi è lei.
dall’introduzione di Ted Hughes
…Forse in una cultura diversa,sarebbe stata felice. Aveva qualcosa di violento primitivo,forse molto femminile:l’esigenza a sacrificare tutto ad una nuova nascita. Logicamente,il lato negativo di questo atteggiamento è il suicidio.ma quello positivo è la morte del vecchio e falso io al momento della nascita dell’io nuovo e autentico.E alla fine ,dopo un lungo e doloroso travaglio,fu questo il traguardo che raggiunse.”
Il vento ha spinto sul mare una luna giallo intenso: una luna bulbosa, che germoglia nel cielo indaco sporco e sparge occhieggianti petali luminosi sulla nera acqua fremente.
Ancora : ”Per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. E’ un po’ come le sabbie mobili… senza scampo sin dall’inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. L’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire”. ”Stasera, prima di andare a letto, mi è venuta voglia di fare due passi: in casa, con tutto quell’ordine, l’aria era troppo viziata. Ero già in pigiama con i bigodini sui capelli appena lavati. Allora ho provato ad aprire la porta. Ho fatto scattare la serratura, quindi ho ruotato la manopola, ma la porta non si è voluta aprire. Seccata, ho ruotato la manopola dall’altra parte. Nessun risultato. Ho tentato tutte e quattro le combinazioni possibili della manopola e della serratura e ancora la porta resisteva, bianca, immobile, enigmatica. Ho alzato lo sguardo.
- Attraverso il riquadro di vetro in cima alla porta ho visto un pezzetto di cielo traforato dalle punte nere e aguzze dei pini dall’altro lato della strada. E dietro gli alberi c’era la luna, quasi piena, gialla e luminosa. Di colpo mi sono sentita soffocare. Ero in trappola, con quel quadratino tentatore di notte sopra di me e tutt’intorno, ad avvolgermi in un intimo, soffice abbraccio asfissiante, la calda atmosfera femminile della casa”.
“Com’è complesso e intricato il funzionamento del sistema nervoso! Lo squillo elettrico del telefono trasmette un formicolio di aspettativa alle pareti uterine; il suono della sua voce attraverso il filo, aspro, impudente, intimo, mi fa contrarre l’intestino. Se nelle canzonette si sostituisse la parola “amore” con “desiderio”, ci si avvicinerebbe molto di più alla verità… Eddie, ho pensato. Quale ironia. Sei un sogno: spero di non incontrarti mai. Ma il tuo braccialetto è il simbolo del mio sangue freddo… la mia scissione della sera. Ti amo perché tu sei me… quello che scrivo, il mio desiderio di vivere molte vite. Nel mio piccolo sarò un piccolo dio. Sulla scrivania, a casa, c’è il racconto più bello che io abbia mai scritto. Come posso dire a Bob che la mia felicità scaturisce dall’essermi separata da una parte della mia vita, una parte di dolore e bellezza, per trasformarla in parole scritte a macchina su un foglio? Come può sapere, lui, che io giustifico la mia vita, le mie forti emozioni, le mie sensazioni, trasferendole sulla carta stampata?”
Mi riescono meglio le descrizioni illogiche, sensuali. Testimone la frase qui sopra. Il vento non può assolutamente spingere la luna sul mare. Inconsciamente, senza parole, nella mia mente ho identificato la luna con un pallone giallo e leggero spinto qua e là dal vento.
- La luna, stando al mio umore, non è esile, virginale e argentea, ma pingue, gialla, carnosa, gravida. Questa è la distinzione tra aprile e agosto, tra il mio stato attuale e uno stato fisico che avrò chissà quando. Ora la luna ha subìto una rapida metamorfosi, resa possibile da vaghe, indeterminate allusioni nella prima riga, ed è diventata un bulbo di tulipano, di croco, di aster, dopodiché arriva la metafora: la luna è “bulbosa”, aggettivo che significa pingue ma che, essendo l’immagine visiva di qualcosa di complesso, suggerisce un “bulbo”. Il verbo “germoglia” rafforza la prima allusione a una qualità vegetale della luna. La frase “cielo indaco sporco” crea una tensione suscettibile di infinite variazioni con qualsiasi combinazione di vocaboli. Invece di dire un’ovvietà come “nel terreno del cielo nottruno”, l’attributo “sporco” ha un duplice obiettivo: quello di descrivere un cielo blu macchiato e quello di evocare il sostantivo fantasma “terra”, che rafforza la metafora della luna come bulbo piantato nel suolo del cielo. Ogni vocabolo può essere minuziosamente analizzato per quanto riguarda sfumature, valore, calore, freddezza, assonanze e dissonanze di vocali e consonanti. Suppongo che tecnicamente l’apparenza visibile e il suono dei vocaboli presi a uno a uno assomiglino molto al meccanismo della musica… o al colore e alla grana di un dipinto. Ma, ignorante come sono in questo campo, posso solo tirare a indovinare e fare esperimenti. Però voglio spiegare perché uso vocaboli selezionati uno per uno a ragion veduta, forse fino ad ora non i milgiori in assoluto per il mio intento, ma nondimeno scelti dopo molte riflessioni.Per esempio, il moto incessante delle onde crea lo sfavillio del chiaro di luna. Per restituire il senso di moto discontinuo sono stati usati i participi “occhieggiante” (a suggerire uno staccato di scintille luminose) e “fremente” (a comunicare un movimento più legato e tremulo). “Luminoso” e “nero” sono ovvie varianti di brillante e scuro. Il mio problema? Non abbastanza libertà di pensiero, freschezza di linguaggio. Troppi cliché e troppe associazioni forzate, annidati nel subcosciente. Poca originalità. Troppa cieca adorazione per i poeti moderni e poca analisi e pratica.»
…In un mondo dove cultura e politica restano, almeno ai livelli più elevati, appannaggio esclusivo degli uomini, la Plath cerca parole, immagini e miti femminili per far parlare alle donne una lingua che appartenga esclusivamente a loro. Le voci plathiane, con i ritmi e i suoni del corpo, evocano il momento del parto, la disperazione di un aborto, l’eccitazione del rapporto sessuale, l’orrore delle torture, lo stordimento dell’abbandono, la tenerezza della maternità. L’inquietudine, la paura e le incertezze delle donne si traducono in una continua e angosciante riflessione sulla propria capacità creativa, sulla fatica della scrittura femminile che si muove continuamente tra assenza e presenza.
“Voglio scrivere perché sento il bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione ed espressione della vita.”
“Quello che mi spaventa di più, credo, è la morte dell’immaginazione. Quando il cielo là fuori è semplicemente rosa e i tetti semplicemente neri: quella mente fotografica che paradossalmente dice la verità sul mondo, ma una verità senza valore. È questo spirito sintetizzante che io desidero, questa forza ‘plasmante’ che germoglia prolifica e crea mondi suoi con più estro e fantasia di Dio.”
“Di nuovo percepisco il divario tra i miei desideri e le mie ambizioni da una parte e le mie capacità nude e crude dall’altra. Ma continuerò caparbiamente a scrivere le mie tre pagine al giorno, anche se i miei supervisori sono sprezzanti.”
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