Interviste a Stefania Caracci

21 Ottobre 2007 pubblicato da Cristina



Una vita difficile

Intervista a Stefania Caracci, studiosa ed esperta di Sylvia Plath, che con due libri – “Sylvia” e “Sylvia Plath: i giorni del suicidio” – ripercorre la drammatica esistenza della poetessa americana.

a cura di Giancarlo Susanna

Spesso considerata un esercizio “minore” e oltretutto confinato nell’ambito della letteratura di genere, la biografia presenta a chi la affronta una serie di difficoltà non indifferenti. Bisogna tentare di catturare i lettori con uno stile “da romanzo”, ma al tempo stesso è indispensabile restare ancorati ai fatti e alle circostanze reali. In questo senso, Sylvia, il libro che la professoressa Stefania Caracci ha dedicato a Sylvia Plath è veramente esemplare: si legge con grande facilità, ma questo non va mai a scapito della completezza delle informazioni che lo arricchiscono. D’altra parte l’argomento è di quelli sempre scottanti: Sylvia Plath non permette indifferenza, è una poetessa dal carattere forte, del tutto aliena da bamboleggiamenti e romanticherie.

Scritto con una passione nata ai tempi dell’università e coltivata nel tempo, il libro di Stefania Caracci è stato pubblicato nel 2003 e ha ottenuto un notevole successo. Ulteriore segnale dell’interesse che circonda la vicenda artistica e umana della scrittrice americana. Di questo e altro abbiamo parlato con l’autrice, che ha al suo attivo un altro libro sulla Plath – I giorni del suicidio – molti racconti pubblicati su varie riviste, due romanzi rosa e sta lavorando a un nuovo romanzo.

Mi sembra che questo libro sia il punto di arrivo di un lungo percorso e sorprende un poco che in quarta di copertina di lei e dei suoi lavori precedenti non ci sia nulla.

È una politica precisa della e/o. Non vogliono che il lettore sia influenzato.
Ho scritto, due anni fa, anche un altro libro sulla Plath: I giorni del suicidio. Si trattava di uno studio sugli ultimi quaranta giorni della scrittrice americana. L’ha edito Ripostes, che ha stampato mille copie, andate tutte a ruba. L’editore è un grande appassionato della Plath, però è stato un po’ sprovveduto, perché nelle ventisette presentazioni di Sylvia che ho fatto, la gente continuava a chiedermi l’altro libro.
Sulla Plath, poi, ho fatto anche la mia tesi di laurea, negli anni ‘70. Insomma, è un amore di vecchia data.

Ci può raccontare qualcosa di questa passione per la Plath?

Da ragazza sono andata in Inghilterra per migliorare la lingua, come fanno un po’ tutti ormai. Al college di Londra in cui mi trovavo c’erano spesso dei reading, con ospiti di chiara fama. Tra questi: Ted Hughes. Personalmente ne sapevo pochissimo: ero molto giovane e molto amante di tutto, e non soltanto dello studio… Ebbene quest’uomo mi affascinò da subito, non tanto per la sua bellezza, ma per la distanza estrema che metteva fra sé e gli altri. Sentii dire che era il marito di Sylvia Plath. Cominciai a leggere qualcosa della poetessa americana prendendo i libri dalla biblioteca del college. Mi capitò fra le mani Lady Lazarus. Avevo appena vent’anni e… lì è scattato tutto.

Tornata a Roma, dissi al professore che mi seguiva per la tesi che avrei voluto farla su Sylvia Plath. Lui inizialmente non voleva, anche perché diceva che non c’era materiale critico a cui riferirsi. Finii con lo scrivere la tesi di mio pugno: me la sono inventata e oggi fa quasi ridere… per quanto era puerile. Ci voleva ben altro per capire la Plath! Però, da allora, non l’ho più abbandonata. Ho letto tutto quello che è stato pubblicato in Inghilterra e in America. Sono andata a visitare i luoghi in cui è vissuta… Ho anche dovuto aspettare una maturità che allora non avevo, perché per affrontare la Plath ci vuole tanta forza d’animo: per entrare dentro di lei e riuscirne.

Faccio parte della Società Italiana delle Letterate e ho conosciuto tante colleghe che si dicono affascinate dalla Plath, ma io non l’ho mai più lasciata.
Amelia Rosselli è stata la più grande traduttrice di Sylvia Plath, le poche poesie tradotte da lei sono strepitose… E anche Amelia si è uccisa l’11 febbraio, come la Plath. Il più delle volte, chi si interessa a lei viene preso da un vortice di disperazione. Personalmente, sopravvivo in maniera egregia, forse perché sono passati tanti anni, perché l’ho digerita… Nell’ultimo libro, ho voluto tirar fuori la sua parte più vitale, quella meno mortifera, perché c’era ed era pure molto forte.

È vero, c’è una grande vitalità, una grande energia, nella sua poesia. Sì. È poco femminile, se per femminile s’intende una poesia che parla solo dei buoni sentimenti o delle cose prettamente femminili. Lei si sentiva Dachau… L’essere uomo o donna non aveva alcuna importanza. E non era neppure la femminista che dipingono… Era piuttosto una femminista ante litteram, per conto suo.

In un certo periodo, però, è stata quasi “usata” come simbolo.

Era un’icona.

Molti se ne sono serviti anche per attaccare Ted Hughes.

Quando ho deciso di scrivere il primo libro su di lei, mi sono messa in contatto con Hughes, che fino a quel momento aveva sempre rifiutato qualsiasi conversazione con i biografi ufficiali inglesi o americani. A me, forse perché sono italiana e quindi fuori dai giochi, ha invece scritto una lettera meravigliosa, in cui racconta tutta la sua angoscia… La lettera è del 1996. Lui è morto poco dopo, a 67 anni, e non aveva ancora digerito quel che era successo. “Le femministe mi hanno crocifisso”: sono queste le sue testuali parole.

Sylvia non avrebbe voluto nessuna etichetta, perché le etichette le stavano strette, però si comportava come una donna che voleva avere tutto. Era “la bambina che voleva essere Dio”, come ho scritto a suo tempo. Lei si firmava così nei diari: “La bambina che vuole essere Dio”. E questo è un progetto destinato a morire per antonomasia. Direi quasi che porta iella.

A parte il fascino un po’ discutibile del “poeta che muore giovane”, Sylvia Plath ha una presenza costante nella cultura di lingua inglese, e non solo. Come si può spiegare l’influenza dei suoi versi sui lettori?

Dal punto di vista femminile, credo che Sylvia Plath sia un personaggio che ha percorso una strada difficile, ostica: una strada che l’ha portata al suicidio. Alle ragazze di oggi, alle donne di oggi – e non soltanto a loro – può insegnare ad affrontare i problemi di faccia, come faceva lei. Prima che le cose cambiassero…

Ha avuto il coraggio di dire “odio mia madre”, è andata dallo psicanalista, ha avuto la forza di mandare via il marito… Tutto sommato, a un certo punto, è lei che non ha voluto più. Ha avuto la capacità di affrontare i suoi problemi e nella poesia si vede quanto questi problemi abbiano scavato dentro di lei e con quanta energia si sia opposta e li abbia affrontati. Per una serie di circostanze è morta, ma poteva anche non morire. Alvarez, il critico, dice che il suo gesto rappresenta un ultimo grido lacerante. Non è detto che volesse morire. Che volesse aiuto invece è certo.

Oggi farebbe bene a tutti vedere una persona che con grande coraggio affronta realtà difficili, di un mondo in cambiamento. Come poetessa è grandiosa, perché la sua è una poesia libera. Dice quello che le viene in mente, non le importa se è sconveniente dire che il bambino fa la cacca, sporca la cucina ed è un rompiballe… perché lo è! Quando mai qualcuno si è permesso di adombrare in questo modo la maternità? Lei ha avuto il coraggio di dire tutte quelle cose che non si sono mai dette; e questo coraggio lo paga sulla sua pelle. Ci vuole una grande sensibilità per buttare fuori il buio che c’è in noi.

Ce ne vuole altrettanta per amare la sua poesia ed entrare nella sua vita…Prima di scrivere quest’ultimo libro – Sylvia – e il precedente – I giorni del suicidio – ho parlato con molti psichiatri. Ne I giorni del suicidio ho addirittura percorso in prima persona la sua ultima notte e molti mi hanno detto che poteva essere andata effettivamente proprio come l’ho descritta. Sylvia era una borderline, aveva episodi di depressione, però non era al di là del “border”, era al di qua.

Quando scriveva in quel meraviglioso inverno perfido, ma per lei di grandissima creatività – tutte le poesie più belle sono state scritte in quel periodo, tra il ’61 e il ’63 – lei era sola, ma integra nella propria grandezza. Una grandezza che sconvolge, alla quale lei per prima non ha retto. È come se si fosse, a un certo punto, sradicata. Per me non c’è poesia, scritta da una donna, che sia così titanica. Sylvia Plath non è limitante: è straripante.

Una band inglese – i Blue Aeroplanes – guidata da Gerard Langley, un poeta-cantante di grande impatto, ha messo in musica “The Applicant” e sembra che i versi di questa poesia siano in assoluta sintonia con le chitarre elettriche.

Non m’intendo molto di musica, ma la poesia della Plath ha una musicalità particolare. Almeno per quello che riesco a capire come amante di poesia, ma non poeta.

Non è facile renderla nelle traduzioni, vero?

In Italia, Sylvia Plath è stata tradotta malissimo. Prima o poi mi uccideranno, perché ogni volta che faccio una presentazione del mio libro lo dico sempre. La maggior parte delle traduzioni in commercio sono di Giovanni Giudici, il quale, con tutto il rispetto, ha una certa età e credo abbia una mentalità assolutamente lontana da quella della Plath… Sarà un grandioso poeta, ma la smussa, la dolcifica… credo che lei gli avrebbe dato un pugno! Come dicevo, le migliori sono quelle di Amelia Rosselli, in cui si sentono la comprensione e la volontà di dare.

Anche il “Meridiano” Mondadori a lei dedicato è pieno di errori. Ve ne dico uno, che cito spesso e volentieri: c’è una poesia che si chiama “Child”, risalente sempre a quel fatidico inverno, che lei dedica a suo figlio Nick. Nei versi compare, tra le altre cose, una “indian pipe”, uno dei primi nomi di fiori che il bambino ancora piccolissimo balbetta. Nel “Meridiano” l’espressione viene tradotta con “pipetta indiana”. Insospettita, ho chiesto ad alcuni botanici: ma esiste un fiore che si chiama pipetta indiana? Senza contare, poi, che la Plath non avrebbe mai usato un diminutivo. Così ho scoperto che l’“indian pipe” è un tipo di campanula parassitaria, che nasce dalle radici putrescenti degli alberi del New England. Pensate dov’era andata a parare! A un fiore che mangia le radici morenti di una pianta.

Sylvia Plath è difficilissima da tradurre, perché bisogna andare a pescare di ogni cosa l’esatto riferimento. Comunque campanula è sempre meglio di pipetta indiana! E questo era solo per dirne una, perché ce ne sarebbero veramente tante altre. Anche il romanzo, The Bell Jar, dovrebbe essere ritradotto. Io ne ho ritradotti per mio gusto tre capitoli, che intendo proporre alla e/o o alla Mondadori. Al momento, l’unica versione esistente è del 1967 e ci sono delle ingenuità che oggi non sono più ammissibili. E pensare che è un libro non meno bello del Giovane Golden. In America, quando uscì, la gente non ne voleva sapere, perché era troppo sconveniente per una giovane ragazza.

Il fatto della pipetta indiana è rappresentativo del rapporto tra la Plath e le immagini della sua poesia. Per capirne il senso, devi conoscere bene la sua vita… Qualche volta mi hanno chiesto in che rapporto stanno la vita e la poesia. Direi che sono sovrapposte. La Plath dice: “La vita non vale la pena di essere vissuta se non la si può riportare in scrittura”, quindi la vita e la scrittura sono una sola cosa. Non tutti gli scrittori hanno questa convinzione e non tutti hanno il coraggio di dirlo. La Plath a un certo punto elimina i pudori, toglie tutte le sovrastrutture e dice “la vita non vale la pena di essere vissuta”. Non a caso lei voleva essere Lady Lazarus, non a caso lei ha ucciso la donna e ha lasciato la poetessa. Non a caso è accaduto esattamente ciò che lei voleva. E questo non è poco.

In fondo il suo libro è un po’ come la restituzione di un debito. È ricchissimo d’informazioni, ma è animato dalla passione e si legge come fosse un romanzo.

È quello che credo di dare anche quando ne parlo. È una cosa che è maturata, in me, per tanti anni ed è stata una gioia inenarrabile poter scrivere questo libro. [Indica la pagina di un fascicolo con le stesure originali di alcune poesie e poi la copertina del libro] Questa è “Stinks”, la poesia che compare in copertina. Mi sono detta “la scrittura è la vita e allora mettiamoci la scrittura”.

Ha in mente di tornare sull’argomento anche se il progetto di nuove traduzioni non dovesse andare in porto?

Ho già scritto altre cose e non la perdo di vista, perché Sylvia Plath mi ha dato il coraggio di affrontare i miei problemi. Va letta proprio perché ti dà coraggio.

È una delle funzioni dell’arte e della poesia…

Kafka diceva che un romanzo è buono se riesce a spaccare il ghiaccio che abbiamo dentro. Quando il ghiaccio si è spaccato, siamo più ricettivi a tutto. Una grande poetessa come Sylvia Plath riesce a far diventare più largo il respiro, a farti entrare dentro più cose e, alla fine, vedi anche meglio te stesso.

Stefania Caracci

Sylvia. Racconto della vita di Sylvia Plath




Sylvia, il racconto di una vita
Intervista a Stefania Caracci
di Alina Rizzi

Stefania Caracci, scrittrice romana, è laureata in letteratura inglese e, da oltre trent’anni, grande studiosa di Sylvia Plath, la poetessa americana morta giovanissima nel 1963, di cui uscirà il prossimo inverno il primo film-biografia. Stefania è autrice dell’unica biografia italiana della Plath, edita da e/o, intitolata “ Sylvia, il racconto della vita di Sylvia Plath”.

Innanzi tutto le chiedo come è nata una passione così intensa e coinvolgente per questa poetessa che, tra l’altro, ha pubblicato poco in vita ed ha raggiunto la fama solo dopo la tragica morte.

Nei tempi dei miei corsi di perfezionamento della lingua inglese a Londra ho avuto modo di conoscere la sua opera. Soprattutto la lirica Dying is an art mi ha molto turbato. Ho anche assistito alla lettura delle poesie di Ted Hughes, fatta da lui stesso e ho voluto subito dopo conoscere tutto quello che potevo su Sylvia Plath. La curiosità per la vita della donna e dell’artista e l’interesse per la sua opera non mi hanno più abbandonato.

Come mai soltanto oggi c’è un risveglio di curiosità nei suoi confronti? (Sta per uscire il film, ma è recente, del 2002, anche il meridiano Mondadori con la traduzione di tutte le opere).

Lei anticipa una complessità del sentire femminile che forse solo oggi si ha la possibilità di affrontare con obiettività. Le traduzioni fatte nel tempo hanno spesso peccato di tradimento nei suoi riguardi .Fortunatamente ora si sta cercando di dare a lei e alla sua opera la giusta considerazione e collocazione.

Di Sylvia Plath, paradossalmente, si conoscono più i particolari della vita che non l’opera, che comprende non solo poesie, ma anche diversi racconti riuniti sotto il titolo “Johnny Panic e la Bibbia dei Sogni” e un romanzo “ La campana di Vetro”.Tu però, pur avendo scritto due biografie della Plath, la prima pubblicata da Ripostes, piccolo editore salernitano e purtroppo fuori catalogo ormai, e il nuovo “Sylvia” edito da e/o, consigli vivamente la lettura dei testi. Quali sono dunque i pregi più evidenti della poesia di questa scrittrice?

La sua opera rispecchia un animo contraddittorio e intenso, una cultura vasta, un “fare poesia” complesso e coinvolgente, un rovesciamento dell’animo, forse suicidale, tuttavia il coraggio di essere “donna a tutto tondo” . Ribalta molti luoghi comuni rispetto al sentire femminile. E’ titanica e provocatoria, estrema e raffinata.

La prosa, come la poesia, sembra nascere quasi esclusivamente dalla propria esperienza personale. La Plath ha sempre considerato questo fatto un limite, mentre noi oggi lo consideriamo un valore indiscusso. Perché l’autrice era tanto restia ad accettare e apprezzare il proprio lavoro?

Il progetto di perfezione che perseguiva non la rendeva mai soddisfatta. La “pagina bianca” è il nemico. Cercava l’apprezzamento degli altri più di ogni altra cosa, era comunque il lasciapassare per essere amata e sopravvivere.

Entriamo nell’ambito più privato della vita della scrittrice, che tu ha studiato a fondo in tutti questi anni. Sylvia perde il padre Otto, amato e temuto, ad otto anni. Nelle poesie lui è il Colosso, un mito, desiderato e imprendibile. In pratica una immensa fonte di desiderio ma anche di delusione. Come mai, fattasi donna, sceglie come compagno della vita un uomo, Ted Hughes, che è altrettanto sfuggente,lontano, immerso nel proprio narcisismo? Eppure la Plath fu aiutata, nel corso degli anni, da vari psicologi che devono pur averle dato consigli utili in merito?

La Plath amava e odiava suo padre. Lui è il riferimento e lui il tradimento. L’abbandono precoce le ha cambiato il rapporto con gli uomini. La ricerca dell’uomo da amare è uno scopo che persegue con forza e Ted le appare “quello giusto”, alto, bello, magnetico e poeta, il Colosso a cui affida la vita, una sovrapposizione di suo padre e Ted. In realtà il nucleo conflittuale trattato nelle sedute psicanalitiche era rappresentato dal rapporto con la madre.

Il primo tentativo di suicidio, avvenuto intorno ai vent’anni, la segnerà per sempre. A volte lei esibirà la cicatrice sul viso lasciata dal quell’evento ( per esempio con Anne Sexton, altra poetessa coetanea morta più tardi ma anch’ella suicida) oppure dirà quasi baldanzosamente : Morire è un’arte, ed io so farlo splendidamente”. Secondo te stava tentando di interpretare il mito romantico del poeta maledetto oppure era realmente attratta – selvaggiamente, ingenuamente attratta - dalla morte?

La morte è una costante fedele. Una possibilità di sparizione che ha sperimentato nell’abbandono da parte del padre. Si rivolgerà sempre lì quando sarà esausta. L’attrazione per il nulla confina comunque con la possibilità di “rinascere”. E’ Lazzaro.

Tu hai definito la Plath “La bambina che voleva essere Dio”. Quindi una bambina che aspirava unicamente alla perfezione e non si sarebbe accontentata di nulla di meno, ma anche una bambina e poi una donna, che credeva di poter “giocare” con la vita e la morte. Nel tuo libro, nella descrizione dell’ultima notte, qualcosa mi ha fatto pensare che Sylvia avesse deciso di avvelenarsi col gas nella speranza, però, di esser salvata per la seconda volta. E’ soltanto una mia impressione oppure anche tu hai preso in considerazione questa ipotesi?

Non è un’ impressione sbagliata, in verità credo che Sylvia flirtasse con la morte audacemente e che in fondo sperasse di essere salvata. Come dice Al Alvarez sono grida disattese.

Qualche critico ha scritto, anche recentemente su un settimanale femminile, che la Plath aveva tutto per essere felice: un marito poeta, colto e sensibile, una casa in campagna, due bambini sani e belli, una madre affettuosa e la propria scrittura, pubblicata a premiata più volte. E’ un punto di vista, che io non credo onesto e veritiero però. Com’era in realtà, secondo te, la vita di Sylvia e che cosa le era insopportabile?

Non aveva affatto un rapporto sereno con la madre, basterebbe leggere le Letters Home parallelamente ai Diari. La madre è Medusa, soffoca. Il marito la tradisce banalmente, e la realtà casalinga è poco soddisfacente, per le preoccupazioni economiche e quelle inerenti alla conduzione della casa, la cura dei bambini e il lancinante desiderio di essere poeta.

La Plath si è uccisa la notte tra il 10 e l’11 febbraio del 1963. Aveva 31 anni, un’età in cui solitamente gli scrittori sono ancora sconosciuti o comunque detti ”giovani scrittori” o “promettenti artisti”. Lei invece aveva già pubblicato due libri: “Il Colosso” e “La campana di vetro”, leggeva i propri testi alla Radio, vinceva concorsi e pubblicava le proprie poesie su diverse riviste, inglesi e americane, che la pagavano per il suo lavoro. Che cosa la spingeva a desiderare sempre di più, a sentirsi sempre in difetto?

La voglia spasmodica di essere perfetta in ogni ambito, è il progetto destinato a fallire per antonomasia.

La madre ha sempre sostenuto il lavoro di scrittura della figlia. Certo, avrebbe preferito che conservasse il posto di insegnante e lo stipendio sicuro, ma non tentò di imporre le proprie idee. Offrì spesso denaro alla figlia e al marito, col quale questi vivevano o viaggiavano; fece da baby-sitter dei loro figli all’occorrenza, la invitò a casa propria, a Boston, quando la sentì esaurita, sola, troppo stanca e in difficoltà. Eppure Silvia, nella poesia “Medusa”, scrisse: “Chi credi mai di essere? Ostia da comunione? Madonna addolorata? Non prenderò un boccone del tuo corpo.” E la chiamò ”anguilloso tentacolo” e “vecchio ombelico incrostato, cavo atlantico”.
Da dove nasceva questo sommerso risentimento?

Il risentimento è profondo e le arreca grande dolore. Nasce alla morte del padre, quando Aurelia proibisce ai figli di piangere e assistere ai funerali. La vita deve pragmaticamente riprendere il suo corso. Sylvia soffoca il dolore, espone un’espressione marmorea e delira nell’intimo per l’abbandono subito. Il rapporto con la madre nonostante l’affetto, sarà fonte di uno sdoppiamento di personalità che l’ammalerà.

Il marito, nel corso degli anni, è stato più volte accusato di essere stato la causa del suicidio di Sylvia. Non avrebbe dovuto abbandonarla per un’altra donna, non avrebbe dovuto lasciarla sola in uno dei più freddi inverni londinesi, non avrebbe dovuto disinteressarsi dei figli piccoli per correre dietro alla propria carriera letteraria. Tu che hai ricevuto da Ted Hughes, non molto tempo prima che morisse, una lunga e liberatoria lettera, che idea ti sei fatta in merito? Sono accuse fondate?

E’ estremamente difficile capire cosa in realtà sia successo nel loro ultimo incontro. E quanto abbia influenzato il gesto del suicidio. Lei subiva il fascino e il magnetismo di lui, sperimentato molte volte nel corso della vita in comune. Aveva il potere di influenzarla e in un momento in cui lei era particolarmente fragile e malata poteva essere fatale.. Certamente negli anni non ha più dimenticato il dramma di quei giorni.

“Ariel”, l’ultimo libro di Sylvia Plath, è unanimemente riconosciuto come il suo libro migliore. Eppure lei lo scrisse nei giorni più duri, dopo la separazione dal marito, dovendo combattere con mille problemi pratici quotidiani e dividersi tra la cura della casa nuova e malandata, i due bambini e la ricerca di un lavoro col quale sostenersi finanziariamente. Tutto ciò può lasciar supporre che effettivamente la scrittrice, lontano dal marito, si sentì finalmente libera di essere se stessa come donna e come artista, oppure che solo nel dolore, nella difficoltà, nelle lunghe notti deliranti tra sogni e fantasticherie ad occhi aperti, si generasse la poesia potente e visionaria di questa scrittrice. Qual è la tua opinione?

Lontana dal marito e contemporaneamente priva degli occhi di lui sulle sue righe e degli esercizi di riscaldamento dell’ispirazione a cui lui la sottoponeva, si è sentita libera di esprimere il proprio sentire visceralmente, rovesciandosi nella carta, sfidando la morte.

Hai immaginato l’ultima notte di Sylvia Plath descrivendola mirabilmente nel testo “Dying is an art” pubblicato nel volumetto “I giorni del suicidio” edito da Ripostes. Come ti sei calata non nel personaggio, ma nella persona Sylvia Plath, e che cosa ti ha portato, a livello personale, questa esperienza?

I lunghi anni di frequentazione delle sue opere e parallela riflessione mi hanno permesso di “sentire” la Plath. Questa esperienza mi ha fatto in qualche modo “attraversare la morte”. Ho avuto momenti difficili , ma l’intensità mi ha arricchito e liberato da incubi .

La lettura della Plath non è “facile” o “rilassante”, anche se questo vale per la maggior parte della poesia.Da esperta, quali testi consiglieresti per iniziare a conoscerla?

Le liriche di Ariel, e parallelamente i Diari e il romanzo.

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