21 Ottobre 2007 pubblicato da Cristina
L’intensità dell’esperienza femminile nell’universo poetico di Sylvia Plath
di Antonella Mancini
“Noi indugiamo con una certa soddisfazione sulla differenza fra la poetessa e i suoi predecessori, specie quelli più immediati: ci sforziamo di trovare qualcosa che si possa isolare, per goderne. Se invece ci accostiamo a una poetessa senza questo pregiudizio, spesso scopriamo che le parti non solo migliori, ma più individualizzate della sua opera, sono forse quelle in cui i suoi antenati, i poeti defunti, riaffermano più vigorosamente la loro immortalità”[1]. Queste parole del poeta inglese Thomas Stearns Eliot ci danno un’idea del ruolo fondamentale assunto dalle scrittrici nel vasto panorama letterario mondiale, ed in particolare, americano.
Pochi sono stati i poeti del ventesimo secolo come Sylvia Plath la cui vita e opera – profondamente intrecciate – hanno dato origine ad un dibattito piuttosto controverso circa l’effettivo valore delle sue opere. Eppure notevoli sono i meriti di questa giovane autrice che ha saputo presentare nella sua poesia immagini reali ed espressive dell’esperienza umana femminile parallela alla storia della letteratura americana.
Fu dopo la pubblicazione della sua raccolta poetica, The Colossus (1960), che s’impose all’attenzione del mondo contemporaneo come una delle poetesse più importanti della sua generazione[2].
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21 Ottobre 2007 pubblicato da Cristina
Sylvia Plath: la scrittura-difesa di una bambina che voleva essere Dio
di Marina Di Pasquale
Voleva fermare l’attimo e renderlo eterno, squarciare il cielo con la sua scrittura inzuppata di poesia e preparare il pranzo ad autori come Joyce e Virginia Woolf.
Sylvia Plath, la poetessa ebrea americana nata a Boston nel 1932 e morta suicida a Londra l’undici febbraio del 1963, cercava uno spazio sicuro dove rifugiarsi.
Un luogo sincero dove dichiarare il suo essere-nel-mondo senza sperimentare un continuo sentimento di nientificazione.
“Non ho consistenza, sono vuota, dietro gli occhi sento una caverna pietrificata, un abisso infernale [...] non so chi sono né dove sto andando…” Le opere di Sylvia Plath, quelle che sono sopravvissute alla sua costante “castrazione artistica”, sono veramente poche se si pensa che per più di vent’anni, questa giovane americana dalle gambe lunghe e dai capelli biondo rossiccio, ha cercato di far coincidere la vita con la letteratura.
Vivere e scrivere, un binomio inscindibile e complicato. Difficile per una scrittrice che non riesce a catturare i suoi pensieri per capire “cosa chiedere alla vita”, sperando di trovare una formula per diventare “perfetta come Dio”.
Impossibile quando anche un semplice foglio bianco si trasforma in un nemico contro cui lottare.“Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita [...] La scrittura è necessaria alla sopravvivenza del mio spocchioso equilibrio come il pane per il corpo [...] Ho bisogno di scrivere e di esplorare le profonde miniere dell’esperienza e dell’immaginazione, far uscire le parole che esaminandosi, diranno tutto…”
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