Francesca Matteoni
“Entrerò in una lunga oscurità”
Three Women, di Sylvia Plath
La poetessa americana Sylvia Plath (1932-1963) ha lasciato ad un pubblico sempre crescente un vasto corpo di testi tra prose e poesie, che la proiettano ben oltre la sua breve e tragica parabola vitale (morì suicida a Londra nell’appartamento che fu del poeta irlandese William Butler Yeats), testimoniando una costante ricerca e abnegazione alla scrittura. Un talento immaginifico e doloroso, che, sviluppatosi in pochi anni, ci ha regalato una voce a tratti esasperata/esasperante, ma unica e incisiva, capace d’incarnare in sé l’energia necessaria del fare poetico, quando esso diventa rivelazione dell’io e del mondo.
In Italia, dopo alcune traduzioni tra cui Lady Lazarus e altre poesie (Mondadori, Milano, 1976), a cura di Giovanni Giudici e Le muse inquietanti (Mondadori, Milano, 1985) curato da Gabriella Morisco e Amelia Rosselli, è stato pubblicato nel settembre 2002 il Meridiano che raccoglie le sue opere (tutte le poesie ordinate cronologicamente più un’ampia scelta di Juvenilia, l’unico romanzo, La Campana di Vetro, le prose e i racconti di Johhny Panic e la Bibbia dei Sogni, estratti dai Diari) e presenta un nutrito ed utile apparato di note a cura delle due traduttrici Anna Ravano e Adriana Bottini. L’opera è introdotta dal bel saggio critico di Nadia Fusini che ci fornisce le coordinate per entrare nella poetica della Plath, intrisa degli eventi della sua esistenza, capace di reinterpretarli, trasformarli nelle formule magiche dei versi. Una poesia evocativa, ritualistica in cui la Plath è “la strega, la fattucchiera (pag.XI)”, che esorcizza la vita in simboli, parole, immagini.
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