La campana di vetro
Da: La campana di vetro
Mi destò il suono della pioggia.
Era buio pesto. Dopo un istante distinsi la debole intelaiatura di una finestra che non mi era familiare. Ogni poco tuttavia un raggio di luce appariva, uscendo dell’aria leggera, attraversava la parete come un dito spettrale in esplorazione e scivolava via di nuovo. Poi sentii il fioco suono di un respiro. Dapprima pensai che fosse il mio respiro e che stessi giacendo nel buio della mia camera d’albergo dopo essere stata avvelenata. Trattenni il respiro, ma il suono continuò.
Un occhio verde luccicava sul letto accanto a me. Era diviso in quattro quadranti come una bussola. Mi sporsi e accostai la mano. Lo sollevai. Con esso venne dietro un braccio, pesante come quello di un morto, ma caldo di sonno.
L’orologio di Constantin segnava le tre.
Egli giaceva in maniche di camicia, calzoni e calze, proprio come lo avevo lasciato quando mi ero addormentata, e a mano a mano che gli occhi mi si avvezzavano all’oscurità, distinsi le pallide palpebre e il naso diritto e la bocca tollerante e proporzionata, ma parevano immateriali come disegnati sulla nebbia. Per pochi minuti mi piegai su di lui, studiandolo. Non mi ero mai addormentata accanto a un uomo. Tentai di immaginare come sarebbe andata se Constantin fosse stato mio marito. Significava alzarsi alle sette, cuocere uova e pancetta, preparare toasts e caffè e gironzolare in camicia da notte e bigodini dopo che se ne fosse uscito al lavoro, lavare i piatti sporchi e rifare il letto, e poi, quando fosse tornato a casa dopo una giornata piena di attività e mistero, si sarebbe aspettato un bel pranzetto e avrei passato la sera a lavare di nuovo piatti sporchi finché non mi fossi lasciata cadere sul letto letteralmente esausta.
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