Il poeta sciamano

28 Ottobre 2007 pubblicato da Cristina



di Luca Guerneri

Ted Hughes, il poeta sciamano

Ted Hughes è nato nel 1930 nello Yorkshire (terreno fertile per la poesia inglese di questo secolo: vi sono nati poeti come Harrison ed Armitage). L’infanzia di Hughes passò in questa regione piuttosto brulla e desolata. Si iscrisse all’Università di Cambridge (insoddisfatto dalle materie letterarie si dedicò allo studio dell’antropologia e all’archeologia). A Cambridge, come detto in precedenza, conobbe Sylvia Plath, la poetessa americana che divenne sua moglie, gli diede due figli e morì suicida nel 1963 a soli trentuno anni. Con lei visse qualche tempo negli Stati Uniti prima di tornare definitivamente in Inghilterra nel 1959. Nel frattempo era uscita la prima raccolta di versi di Hughes The Hawk in the Rain (1957). La sua attività di promotore culturale fu intensa. Partecipò, come detto nell’introduzione, alle riunioni del Group e comunque è sempre stato costantemente al centro, e in prima persona, del dibattito culturale. Nel 1967, ad esempio, organizza a Londra la Poetry International 1967 alla quale sono invitati nove poeti provenienti da nove nazioni. Nel frattempo erano uscite, in rapida successione - Hughes è poeta piuttosto prolifico - Lupercal, Wodwo e Crow (tra il 1960 e il 1970) che contengono testi fra i più interessanti di tutta la sua produzione. A queste raccolte di versi sono seguite Gaudete (1977), Remains of Elmet e Moortown (1979). Nel 1984 Ted Hughes è stato nominato Poeta Laureato, la più alta carica onorifica letteraria inglese. La poesia di Hughes sin dagli esordi sembra segnata da una profonda frattura tra due dimensioni dell’esistenza: siano essi Cielo e Terra, Soggetto e Oggetto, Interno ed Esterno. E dalla conseguente necessità di recuperare la frattura mediante un cambio di prospettiva: un movimento che inevitabilmente porta verso il profondo, verso una necessaria ed ossessiva ricerca di dimensioni “altre” dell’esistente. L’atteggiamento nei confronti del reale è profondamente “antagonistico”, teso sempre a smascherare l’illusorietà della maya (il termine orientale con il quale gli orientali definiscono l’apparente). Il primo impatto, una volta smascherato il velo di razionalità che segna l’umana visione delle cose, sembra essere quello di una violenza meccanica, istintiva, animale. Una specie di cieca necessità primordiale incomprensibile ma allo stesso tempo affascinante. L’immagine del falco in Hawk Roosting (Falco Appollaiato) è in questo senso emblematica:
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Le muse inquietanti

27 Ottobre 2007 pubblicato da Cristina



Si tratta di una poesia del marzo 1958, pubblicata nella prima raccolta (e l’unica non postuma) della Plath, Il Colosso (1960). Fa parte di una serie di testi ispirati ai quadri di Klee, Henri Rousseau e de Chirico. Con le atmosfere straniate e perturbanti di quest’ultimo la Plath sente una particolare affinità almeno fin dagli anni universitari. Parlando di questa poesia nel corso di una lettura radiofonica fatta per la BBC, la Plath dice, “Per tutta la poesia ho in mente le figure enigmatiche di questo quadro: tre terribili manichini da sarta senza faccia, vestiti in abbigliamento classico, seduti o in piedi e immersi in una luminosità strana che proietta le lunghe ombre nette tipiche delle primo de Chirico. Fanno pensare a una versione novecentesca di altri sinistri terzetti femminili: le tre Parche, le streghe del Macbeth, le sorelle della follia di de Quincey“. La poesia costituisce un atto di accusa contro la madre, che viene incolpata per avere ignorato i terrori che dominano l’inconscio della scrittrice. Come le cattive fate al battesimo, questi terrori sono i compagni di vita più intimi, di cui la madre, lontana dalla realtà della figlia turbata, non vuole ammettere l’esistenza. Nel corso del testo vengono tessuti insieme ricordi dell’infanzia, echi di antiche ballate (”E questo è il regno a cui mi hai portato, mamma, mamma”) e la classica fiaba a lieto fine, qui ironicamente capovolto.
La figura vista nel quadro di de Chirico della testa ovale liscia e luminosa diverrà ricorrente nella poesia della Plath, fondendosi talvolta con quella dell’infermieria calva, talvolta con quella “di volta in volta muta, selvaggia, calva, materna, petrosa della musa-luna”.

(A. Ravano, Silvia Plath, Opere, I Meridiani)
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