Anne Sexton, Sylvia Plath e il suicidio

18 Novembre 2007 pubblicato da Cristina



Come ti uccidi la prossima volta? Due amiche che parlano di morte. E mettono in versi le loro tragedie. Prima di suicidarsi.
Nell’aprile del 1959 in un bar di Boston, due poetesse alle prime armi, la ventiseienne Sylvia Plath e e la trentenne Anne Sexton, bevono cocktail e parlano con superficialità da salotto dei loro tentativi di suicidio. Sylvia Plath aveva provato a uccidersi cinque anni prima, per una forte depressione da cui era uscita dopo un lungo ricovero e tre elettroshock. Per l’amica - che l’anno seguente avrebbe pubblicato una raccolta autobiografica intitolata “In manicomio e parziale ritorno” - i soggiorni in cliniche psichiatriche e le overdose di quelle che lei chiamava .pillole “uccidimi”. stavano diventando un’abitudine. Quattro anni dopo, quando Sylvia Plath si uccise col gas del forno nella cucina della sua casa inglese, Anne Sexton ricordò quelle chiacchierate in una poesia:

*

La morte di Sylvia

Come hai potuto scivolare giù da sola
nella morte che ho desiderato così tanto e così a lungo,
la morte che tutte e due dicevamo di aver superato,
… la morte di cui parlavamo tanto, a Boston,
mentre ci scolavamo tre martini extra dry.

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Carla Benecchi

17 Novembre 2007 pubblicato da Cristina



La rivedo opaca contro un cielo luminoso di una finestra priva di qualsiasi panorama…Era alta, snella, con il busto lungo e fragile, i gomiti aguzzi, era nervosa, imbarazzata, gentile… una presenza tesa e brillante che la timidezza paralizzava. La sua umiltà, la sua disponibilità ad accettare tutto quanto veniva generalmente ammirato, parevano darle a volte un’esasperante docilità che nascondeva la sua pazienza e la sua audacia fuori moda”.
Così disse di lei il poeta americano Robert Lowell, che ebbe modo di conoscerla alla Boston University durante un corso di scrittura poetica.
Bostoniana di madre austriaca e padre tedesco, dalla cui precoce perdita riportò un profondo trauma che la rese perennemente vulnerabile, la Plath visse con un’insaziabile sete d’amore che mai riuscì a colmare. Da un’identità scissa e tormentata emersero frustranti proiezioni a ricreare il mondo a sua immagine, avulso dal quotidiano ripetitivo ed inappagato e nello scontro con una realtà che non ne reggeva il confronto, cominciarono a pulsare in lei fortissimi stimoli creativi riversati sotto forma di scrittura. L’innesto letterario nella sfera del “privato” divenne presto materia e angoscia del suo vivere, accentrato dal pensiero febbrile del successo e dai confronti editoriali spesso avversi.
Insicura e divorata da un’ansia esistenziale cercò sempre negli altri da cui dipendeva affettivamente l’approvazione del proprio “sé”. Quella carenza di autostima derivatale dalla mancanza della figura paterna e da un rapporto conflittuale con quella materna, determinò in lei l’insorgere frequente di crisi depressive che la portarono a trasporre l’umore del momento in forma poetica e diaristica. E nei diari ferve il germe di quasi tutta la sua opera, dalle prime impurità espressive rivolte a un vissuto familiare mai rimosso alle inquiete turbolenze adolescenziali, da incontri effimeri e deludenti all’esaltazione amorosa del legame matrimoniale con il poeta inglese Ted Hughes. Fu passione grande e predatoria per entrambi, fu affinità elettiva condivisa fino allo spasmo, fu ludica creatività artistica, fu alleanza e contesa, fu in seguito sofferta cesura dell’unione per le differenti personalità: terrena e solida dell’uno, nevroticamente americana dell’altra. Scriverà Hughes in “Lettere di compleanno” trentacinque anni dopo rompendo il suo silenzio:

“…A quale bivio avevamo preso la strada sbagliata? / … E questo era ciò che avevamo scelto alla fine. / Nel ricordarlo vedo tutto in una bolla / … Una piovosa foto di nozze / su una tomba straniera, tra i gigli / e appena sotto, non viste le ossa vere / che ancora subiscono tutto”.
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