Ariel
Dalla raccolta Ariel
Scrive Robert Lowell, nella prefazione di “Ariel”:
“In queste poesie, scritte negli ultimi mesi della sua vita e spesso tumultuosamente composte in ragione di due o tre al giorno, Sylvia Plath diviene se stessa, diviene un’entita’ immaginaria, appena creata…non un individuo, ne’ una donna, ne’ certo un’altra ‘poetessa’, ma una di quelle grandi eroine classiche, piu’ che reali, ipnotiche. (…) Tutto in queste poesie e’ personale, una confessione profondamente sentita, ma in lei il modo di sentire e’ una controllata allucinazione, l’autobiografia di una febbre. Brucia dall’ansia di muoversi, per una passeggiata, una cavalcata, un viaggio, il volo dell’ape regina, costretta ad avanzare dal battito ansante del suo cuore. Il titolo Ariel evoca il personaggio shakespeariano, lo spiritello adorabile ma curiosamente agghianciante nella sua ambiguita’ virile, ma per la verita’ Ariel e’ qui il cavallo dell’autrice. Pericolosa, piu’ potente dell’uomo, efficiente come una macchina grazie ad un duro allenamento, lei stessa ricorda un cavallo da corsa, che galoppa senza sosta tendendo spasmodicamente il collo, superando uno dopo l’altro ostacoli di morte. (…) Ma quanto vi e’ in lei di piu’ eroico non e’ la sua forza, piuttosto la disperata semplicita’ del suo controllo, la sua mano d’acciao dal tocco modesto, femminile. …”
Canto del mattino
Come un grasso orologio d’oro l’amore ti mise in moto.
La levatrice schiaffeggiò le piante dei tuoi piedi, e il tuo grido pelato prese il posto tra gli elementi.
Le nostre voci echeggiano, magnificando il tuo arrivo. Nuova statua.
In un museo percorso da correnti d’aria, la tua nudità
adombra la nostra sicurezza. Ti attorniamo vacui
come mura.Non sono più madre tua io della nuvola che distilla uno specchio per riflettervi la sua propria
lenta cancellatura per mano del vento.Tutta la notte il tuo fiato-di-falena ondeggia tra le rosee lisce rose.
Veglio per ascoltare:un mare lontano muove nel mio orecchio. Uno strillo, e dal letto incespico, pesante
come una vacca e floreale nella mia vestaglia vittoriana.La tua bocca s’apre nitida come quella d’un
gatto. Il riquadro della finestra s’imbianca e ringoia le sue tetre stelle. E ora tu provi un tuo trillo di note;
le chiare vocali sorgono come palloni d’aria.
19 febbraio 1961
***
Pecore nella nebbia
Le colline digradano nel bianco.
Persone o stelle mi guardano con tristezza, le deludo.
Il treno lascia dietro una linea di fiato.
Oh lento cavallo color della ruggine,zoccoli, dolorose campane.
E’ tutta la mattina che
la mattina sta annerendo,un fiore lasciato fuori.
Le mie ossa racchiudono un’immobilità, i campi
lontani mi sciolgono il cuore..
Minacciano
di lasciarmi entrare in un cielo
senza stelle né padre, un’ acqua scura.
2 dicembre 1962 - 28 gennaio 1963
***
Ariel
Stasi nel buio. Poi
l’insostanziale azzurro
versarsi di vette e distanze.
Leonessa di Dio,
come in una ci evolviamo,
perno di calcagni e ginocchi! -
La ruga
s’incide e si cancella, sorella
al bruno arco
del collo che non posso serrare,
bacche
occhiodimoro oscuri
lanciano ami -
Boccate di un nero dolce sangue,
ombre.
Qualcos’altro
mi tira su nell’aria -
cosce, capelli;
dai miei calcagni si squama.
Bianca
godiva, mi spoglio -
morte mani, morte stringenze.
E adesso io
spumeggio al grano, scintillio di mari.
Il pianto del bambino
nel muro si liquefà.
E io
sono la freccia,
la rugiada che vola
suicida, in una con la spinta
dentro il rosso
occhio cratere del mattino.
***
Lady Lazarus
L’ho rifatto.
Un anno ogni dieci
Ci riesco -
Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
Splendente come un paralume Nazi,
Un fermacarte il mio
Piede destro,
La mia faccia un anonimo, perfetto
Lino ebraico.
Via il drappo,
O mio nemico!
Faccio forse paura? -
Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.
Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me
E io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent’anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.
Questa è la numero tre.
Quale ciarpame
Da far fuori ogni decennio.
Che miriade di filamenti.
La folla sgranocchiante noccioline
Si accalca per vedere
Che mi sbendano mano e piede -
Il grande spogliarello.
Signori e signore, ecco qui
Le mie mani,
I miei ginocchi.
Sarò anche pelle e ossa,
Ma pure sono la stessa identica donna.
La prima volta successe che avevo dieci anni.
Fu un incidente.
Ma la seconda volta ero decisa
A insistere, a non recedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa
Come conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
E staccarmi via i vermi come perle appiccicose.
Morire
E’ un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in modo eccezionale.
Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammettete che ho la vocazione.
E’ facile abbastanza da farlo in una cella.
E’ facile abbastanza farlo e starsene lì.
E’ il teatrale
Ritorno in pieno giorno
A un posto uguale, uguale viso, uguale
Urlo divertito e animale:
“Miracolo!”
E’ questo che mi ammazza.
C’è un prezzo da pagare
Per spiare
Le mie cicatrici, per auscultare
Il mio cuore - eh sì, batte.
E c’è un prezzo, un prezzo molto caro,
Per una toccatina, una parola,
O un po’ del mio sangue
O di capelli o un filo dei miei vestiti.
Eh sì, Herr Doktor.
Eh sì, Herr Nemico.
Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello,
Creatura d’oro puro
Che a uno strillo si liquefà.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.
Cenere, cenere -
Voi attizzate e frugate.
Carne, ossa, non ne trovate -
Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.
Herr dio, Herr Lucifero,
Attento.
Attento.
Dalla cenere io rivengo
Con le mie rosse chiome
E mangio uomini come aria di vento.
***
Papaveri in ottobre
Nemmeno le nubi assolate possono fare stamane
gonne così. Né la donna in ambulanza,
il cui rosso cuore sboccia prodigioso dal matello-
Dono, dono d’amore
del tutto non sollecitato
da un cielo
che in un pallore di fiamma accende i suoi
ossidi di carbonio, da occhi
sbigottiti e sbarrati sotto cappelli a bombetta.
O Dio, chi sono mai
io da far spalancare in un grido queste tarde bocche
in una foresta di gelo, in un’alba di fiordalisi.
***
Specchio
Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.
qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco
tale e quale senza ombre di amore o disgusto.
Io non sono crudele, ma soltanto veritiero -
quadrangolare occhio di un piccolo iddio.
Il più del tempo rifletto
sulla parete di fronte.
E’ rosa, macchiettata. Ormai da tanto tempo la guardo che la sento
un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.
Visi e oscurità continuamente si separano.
Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.
In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.
***
La rivale
Se sorridesse, la luna somiglierebbe a te.
Tu fai lo stesso effetto:
Di un qualcosa di bello ma che annichilisce.
Tutti e due siete dei grandi scroccatori.
La sua bocca a O si accora sul mondo; la tua
Non fa una piega, tu pietrifichi ogni cosa.
Guardo, c’è un mausoleo; eccoti qui che picchietti
Il marmo del tavolino, cerchi le sigarette,
Sprezzante come una donna, ma non così nervoso,
e muori dalla voglia di dire impertinenze.
Anche la luna i suoi sudditi umilia,
Ma di giorno è ridicola.
I tuoi malumori, d’altra parte,
Arrivano per posta amorosamente regolari,
Bianchi e vani, espansivi come il gas.
Non c’è un giorno al riparo da notizie di te,
Magari a spasso in Africa, ma pensando a me.
***
Un regalo di compleanno
Cosa si nasconde dietro questo velo? E’ bello? E’ brutto?
Luccica, ha seni, bordi?
Sono certa sia unico, sono certa sia quello che voglio.
Mentre, tranquilla, mi do da fare in cucina, lo sento che mi guarda.
Lo sento che medita:
“È questa colei alla quale devo apparire,
È, dunque, costei l’eletta, la donna con nere occhiaie e cicatrici
Che calcola le dosi, ritagli gli eccessi,
Aderendo alle regole della ricetta?
È costei la protagonista dell’Annunciazione?
Dio, che buffa!”
Ma scintilla, non smette, e credo che proprio me voglia.
Non mi dispiacerebbe fosse un osso o un bottone di madreperla.
Né m’aspettavo un regalo, quest’anno.
Dopo tutto, sono viva solo per un accidente.
Sarei stata felice di riuscire a suicidarmi, quel giorno.
Ora ci sono questi veli, che brillano come tende.
Il satin diafano di una finestra di gennaio
Bianco come un velo di culla dal respiro mortale. Oh, avorio!
Deve essere una zanna, una colonna fantasma.
Non vedi che non m’importa quel che sia?
Non puoi darmela?
Non vergognarti – non fa nulla se è piccola.
Non essere avaro. Sono pronta per cose ben più enormi.
Sediamoci uno di fronte all’altro per ammirarne il luccichio.
Quanta brillantezza in queste sfaccettature.
Consumiamole dinanzi la nostra ultima cena in un piatto d’ospedale.
So perché non me la consegni.
Hai paura
Che il mondo esploda e con esso la tua testa
Di bronzo borchiata come uno scudo antico,
Meraviglia per i tuoi pronipoti.
Non temere, non accadrà.
La prenderò e mi metterò quieta da parte.
Non sentirai nessun fruscio, mente la scarto.
Nessun fiocco fa sciogliere, nessun grido d’esultanza.
Ma tu non mi credi discreta a tal punto.
Se solo sapessi quanto questi veli uccidono i miei giorni.
Tu li ritieni solo trasparenze, pura aria.
Ma, Dio mio, le nuvole sono bambagia.
Eserciti d’ossido di carbonio.
E io inalo pian piano dolcemente,
Riempiendomi le vene dell’invisibile, con i milioni
Di probabili moti che eliminano gli anni dalla mia futura vita.
Sei vestito d’argento per quest’occasione. O calcolatrice
Perfetta – nulla ti sfugge. Non ti è possibile consegnare qualcosa,
Intatta? Devi per forza stampare un marchio rosso su ciascun pezzo?
Devi uccidere tutto quello che ti capita?
C’è una sola cosa che oggi desidero, e solo tu puoi darmela.
Sta in piedi presso la mia finestra, grande come il cielo.
Esala dalle mie coltri, freddo morto centro
Dove vite spezzate si congelano e si irrigidiscono in storia.
Non inviarla per posta, un pezzo alla volta.
Non lasciare che venga a me a voce: avrei compiuto sessant’anni
e sarei incapace di usarla.
Piuttosto, lascia cadere il velo, …il velo, …il velo.
Se fosse la morte
Ne ammirerei la profonda gravità, l’imperituro sguardo,
E saprei infine che eri serio.
Sarebbe allora tutto più solenne, un vero compleanno.
Il coltello non si curverebbe, ma mi penetrerebbe
Puro e chiaro come il pianto d’un bimbo,
E l’universo mi scivolerebbe al fianco.
***
L’aspirante
Prima di tutto ce li hai i requisiti?
Ce l’hai
Un occhio di vetro, denti finti o una gruccia,
Un tirante o un uncino,
Seni di gomma, inguine di gomma,Rattoppi a qualcosa che manca? ah
No? e allora che mai possiamo darti?
Smetti di piangere.
Apri la mano.
Vuota? vuota. ma ecco una manoChe la riempie, disposta
A porgere tazze di tè e sgominare emicranie,e a fare ogni cosa che gli dirai.
La vorresti sposare?
E’ garantita,
Ti tapperà gli occhi alla fine della vita
E del dolore.
Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme.
Che te ne pare di questo vestito-
Un po’ rigido e nero, ma niente male.
Lo vorresti sposare?
E’ impermeabile, infrantumabile, abile
Contro il fuoco e imbombardabile.
Credi a me, ti ci farai sotterrare.
E adesso, scusa, ha vuota la testa.
Ho la cosa che fa per te.
Su,su, carina, esci fuori dal guscio.
Ecco, ti piace questa?
Nuda per cominciare come una pagina bianca
Ma in venticinqu’anni d’argento,
D’oro in cinquanta, potrà diventare.
Una bambola viva, sotto ogni aspetto.
Sa cucire, sa cucinare,
Sa parlare, parlare, parlare.
Traduzione alternativa
L’aspirantePrima di tutto ce li hai i requisiti?
ce l’hai
Un occhio di vetro, denti finti o una gruccia,
Un tirante o un uncino,
Seni di gomma, inguine di gomma,Rattoppi a qualcosa che manca? Ah
No? E allora che mai possiamo darti?
Smetti di piangere.
Apri la mano.
Vuota? Vuota. Ma ecco una manoChe la riempie, disposta
A porgere tazze di tè e sgominare emicranie,
E a fare ogni cosa che gli dirai.
La vorresti sposare?
E’ garantita,Ti tapperà gli occhi alla fine della vita
E del dolore.
Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme
Che te ne pare di questo vestito-E’ un po’ rigido e nero ma niente male.
Lo vorresti sposare?
E’ impermeabile, infrantumabile, abile
Contro il fuoco e imbombardabile.
Credi a me, ti ci farai sotterrare.E adesso, scusa, hai vuota la testa.
Ho la cosa che fa per te.
Su, su, carina, esci dal tuo guscio.
Ecco, ti piace questa?
Nuda per cominciare come una pagina biancaMa in venticinqu’anni d’argento,
D’oro in cinquanta, potrà diventare.
Una bambola viva, sotto ogni aspetto.
Sa cucire, sa cucinare,
Sa parlare, parlare, parlare.E funziona, non ha una magagna.
Qua c’è un buco, che è una manna.
Qua un occhio, una vera visione.
Ragazzo mio, è l’ultima occasione.
La vorresti sposare, sposare, sposare?
***
Zitella
È così questa particolare ragazza
in una cerimoniosa passeggiata d’aprile
col suo più recente pretendente
si trovò all’improvviso oltremodo sconvolta
dalla sfrenata babele degli uccelli
da quel mare di foglie.
in preda a questo tumulto, osservava
i gesti del suo innamorato che sbilanciavano l’aria
e il proprio passo vagante ineguale
in quel solitario rigoglio di felci e fiori.
giudicava i petali in scompiglio
e la stagione in generale, sciatta.
come desiderò allora l’inverno!-
scrupolosamente austero nel suo ordine
di bianco e nero
ghiaccio e rocce e ogni senso nei suoi limiti
e la gelida disciplina nel cuore
esatta come fiocco di neve.
ma ecco. un germogliare anormale abbastanza da mettere in scompiglio
le sue cinque regali facoltà-
un tradimento da non tollerare. si impazziscano pure
gli idioti nel manicomio primavera:
lei se ne tirò subito fuori.
e mise tutt’intorno alla sua casa
tale una barricata di spine e impedimenti
contro quella stagione sediziosa
che nessun uomo all’assalto potè sperare di infrangere
per anatemi, pugni o terrore
e nemmeno per amore.
***
Papà
Non servi, non servi
Non più, nera scarpa,
come un piede vi ho vissuto
Per trent’anni, gramo e bianco,
Trattenendo fiato e starnuto.
Papà, ammazzarti avrei dovuto,
Tirasti le cuoia prima che ci riuscissi.
Tu, fardello imbottito di Dio, marmo cocciuto,
Orrenda statua dall’alluce tristo
Grosso come una foca di Frisco.
…
Le nevi del Tirolo, la chiara birra di Vienna
Non sono tanto pure o sincere
Con la mia ava zingara ed un destino pazzo
Di tarocchi ho un mazzo di tarocchi ho un mazzo
Qualcosa di giudeo potrei avere
Ho sempre avuto terrore di te,
Della tua Luftwaffe, del tuo gregregré.
E il tuo baffo ben curato
E l’occhio ariano rifulgente blu.
Uomo-panzer, uomo-panzer, O Tu -
Non un Dio ma una svastica nera
Così che nessun cielo vi trapela.
Ogni donna adora un fascista,
Uno scarpone sulla faccia, un brutale
Un cuore inumano, uno a te eguale.
Stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento, piuttosto che nel pié
Ma non meno diabolico per questo, oh già
E non meno uomo nero che
Azzanna il mio piccolo cuore facendolo in due.
Avevo dieci anni allorché sotterrarono te.
E a venti cercai di morire
Per tornare, tornare, tornare da te.
Pensavo che le ossa servissero, perfino le tue.
…
Nel tuo cuore grasso e nero c’è un paletto
Ai paesani nemmeno piacevi.
Ora ti pestano, sopra di te fanno un balletto.
Chi eri hanno sempre capito.
Papà, papà, bastardo, ho finito.
***
Febbre a quarantuno
Pura? Cosa vuol dire?Le lingue dell’inferno
Sono ottuse, ottuse come la tripla
Lingua dell’ottuso, grasso Cerbero
Che anela sulla porta. Incapace Di sanare leccandolo
l’infiammato Tendine, il peccato, il peccato.
Sfrigola l’esca da fuoco.L’indelebile puzza
Di candela soffocata ! Si srotolano, o amore,
i bassi fumi Da me come le sciarpe di Isadora,
ho terrore Che una mi accalappi, mi ancori alla ruota.
Questi gialli tetri fumi Si creano il proprio elemento.
Né si alzeranno, Ma intorno al globo si trascineranno
Asfissiando i vecchi e i mansueti,
Il gracile Bebè di serra nella sua mangiatoia,
L’orchidea mostruosa che appende
Nell’aria il suo pensile giardino,
Leopardo diabolico!
La radiazione l’ha ridotto bianco
E in un’ora l’ha ammazzato:
I corpi degli adulteri la sua peste rovina
Li smangia come la cenere di Hiroshima.
Il peccato. Il peccato.
Amore mio, ho passato tutta la notte annaspando,
Fra lenzuola grevi come il bacio d’un perverso.
Tre giorni. Tre notti. Limonata, brodo, acqua,
Acqua, fammi vomitare.
Per te o chiunque sono troppo pura.
il tuo corpo mi offende come il mondo offende Dio.
Io Sono lanterna -la mia testa una luna
Giapponese di carta, la mia pelle oro foglia
E’ carissima, molto delicata.
Non ti sbalordisce il mio calore?E la mia luce?
Sono un’immensa camelia che s’infuoca e va e viene,
vampa a vampa. Penso che sto sollevandomi,
Forse mi librerò-I grani di ardente metallo volano
e io, amore, io Sono una puravergine d’acetilene
Con una scorta di rose, Di baci, di cherubini,
Di tutto ciò che esprimono queste rosee cose.
Non tu, né quello Non lui, né quello
(Ogni mio io si perde, sgualdrinesco orpello)
***
Contusione
Colore inonda la macchia, porpora cupo.
Tutto slavato è il resto del corpo,
Ha colore di perla.
In un anfratto di rupe
Risucchia il mare ossessivamente,
Un solo vuoto è perno di tutto il mare.
Non più grande che una mosca
Il marchio funesto
Striscia giù per il muro.
Il cuore si chiude,
Il mare cala,
Gli specchi sono schermati.
***
I corrieri
Non è la mia. Non ti fidare.
Acido acetico in latta sigillata?
Non ti fidare. È roba adulterata.
Un anello d’oro con dentro il sole?
Bugie. Bugie e dolore.
Gelo su una foglia, l’immacolato
cratere, parlante e sfrigolante.
Tutto per sé sulla vetta di ognuna
di nove nere Alpi.
Un tumulto di specchi, e il mare che frantuma
il suo, grigio - o mia
stagione, amore.
***
Monologo delle 3 del mattino
È meglio che ogni fibra si spezzi
e vinca la furia,
e il sangue vivo inzuppi
divano, tappeto, pavimento
e l’almanacco decorato con serpenti
testimone che tu sei
a un milione di verdi contee da qui,
che sedere muti, con questi spasmi
sotto stelle pungenti,
maledicendo, l’occhio sbarrato
annerendo il momento
che gli addii vennero detti, e si lasciarono partire i treni,
ed io, gran magnanimo imbecille, così strappato
dal mio solo regno
***
L’impiccato
Per le radici dei capelli mi afferrò un qualche dio.
Ai suoi azzurri volt mi rattrappii come un profeta del deserto
Le notti sgusciarono via come palpebre di lucertola:
Un mondo di vani giorni bianchi in una buca senza ombra.
Una noia d’avvoltoio mi appuntava a questo albero.
Farebbe anche lui come me, se lui fossi io.
***
Tempi normali
Sfortunato l’eroe nato
In questa plaga dove il disco si è incantato
Dove i più bravi cuochi sono senza lavoro
E il girarrosto del sindaco va
Per conto suo, per inerzia.
Non si fa carriera a avventurarsi
Lancia in resta contro il drago,
Lui stesso rinsecchito in questi ultimi tempi
Per mancanza d’azione a uno spessore di foglia:
La storia ha battuto l’azzardo.
***
La luna e il tasso
Quest’è la luce della mente, fredda e planetaria.
Gli alberi della mente sono neri, la luce blu.
L’erba rovescia ai miei piedi le sue pene, come s’io fossi Dio,
pungendomi le caviglie e lamentando la sua umiltà.
Fumosi, spiritali vapori abitano questo luogo separato
da casa mia da una fila di lapidi.
Insomma, non riesco a vedere dove andremo a finire.
La luna non è una porta. È una faccia per diritto di nascita,
bianca come una nocca e terribilmente arrabbiata.
Si trascina dietro il mare come un delitto oscuro; è quieta
con lo squarcio ad O di completa disperazione. Io abito qui.
Due volte alla Domenica le campane fan trasalire il cielo-
Otto grandi lingue che proclamano la Resurrezione.
Alla fine, con calma rintoccano i loro nomi.
L’albero di tasso punta in alto. Ha un profilo gotico.
Gli occhi si levano oltre lui e trovano la luna.
La luna è mia madre. Non è dolce come Maria.
Le sue vesti azzurre liberano piccoli pipistrelli e gufi.
Come vorrei credere nella tenerezza -
La faccia dell’effige, ingentilita dalle candele,
chini, proprio su dime, i dolci occhi.
Fu lunga la mia caduta. Nubi fioriscono
azzurre e mistiche sulla faccia delle stelle.
Nella chiesa, i santi saranno tutti azzurri,
fluttuanti sui loro piedi delicati sui freddi banchi,
le mani e i visi rigidi con santità.
La luna non vede nulla di ciò. È brulla e desolata.
Ed il messaggio dell’albero di tasso è oscurità -
oscurità e silenzio.
***
L’arrivo della casetta delle api
L’ho ordinata io, questa linda cassetta di legno
squadrata come una sedia e quasi troppo pesante da sollevare.
La direi la bara di un nano
o di un bambino quadrato
se non ci fosse dentro un tale chiasso.
La cassetta è chiusa a chiave, è pericolosa.
Devo tenerla con me per questa notte
e non riesco a starne lontana.
Non ci sono finestre, non posso vedere quel che c’è dentro.
Ha soltanto una piccola grata, nessuna uscita.
Metto l’occhio nella grata.
E’ buio, buio,
c’è come un brulichio di mani africane
minuscole, rimpicciolite per l’esportazione,
nero su nero, un arrampicarsi rabbioso.
Come posso lasciarle uscire?
E’ il rumore soprattutto ad atterrirmi,
le sillabe incomprensibili.
E’ come plebe romana,
piccole, se prese una ad una, ma tutte insieme, mio dio!
Tendo l’orecchio a un furioso latino.
Non sono un Cesare.
Ho solo ordinato una cassetta piena di pazze.
Si possono rimandare indietro.
Possono morire, basta che non dia loro da mangiare, sonoèlaèèpadrona.
Chissè se hanno fame.
Chissè se si dimenticherebbero di me
se tirassi i chiavistelli e mi scostassi diventando un albero.
C’è il laburno, con i suoi biondi coonnati,
e le gonnelle del ciliegio.
Potrebbero ignorarmi all’istante
nel mio vestito lunare col velo funebre.
Non sono una fonte di miele,
perchè dunque prendersela con me?
Domandare al Buon Dio che le libereri.
***
Pungiglioni
Ci sarà dentro davvero una regina?
Se c’è, è vecchia,le sue ali laceri scialli, il lungo corpo
spoglio del suo velluto-
povera e nuda e assai poco regale e perfino indecorosa.
Sono in una colonna
di donne alate non miracolose,
sguattere del miele.
Io non sono una sguattera,
anche se ho mangiato polvere per anni
e asciugato i piatti con i miei folti capelli.
E ho visto evaporare la mia stranezza,
rugiada azzurra da una pelle pericolosa.
Mi odieranno,
queste donne che sanno solo correre su e giù,
le cui novità sono il ciliegio in fiore, il trifoglio in fiore?
***
Papaveri in luglio
Piccoli papaveri, piccole fiamme d’inferno,
Non fate male?
Guizzate qua e là. Non vi posso toccare.
Metto le mani tra le fiamme. Ma non bruciano.
E mi estenua il guardarvi così guizzanti,
Rosso grinzoso e vivo, come la pelle di una bocca.
Una bocca da poco insanguinata.
Piccole maledette gonne!
Ci sono fumi che non posso toccare.
Dove sono le vostre schifose capsule oppiate?
Ah se potessi sanguinare, o dormire! -
Potesse la mia bocca sposarsi a una ferità così!
O a me in questa capsula di vetro filtrasse il vostro liquore,
Stordente e riposante. Ma senza,
senza colore.
***
Io sono verticale
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.
Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto -
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.
***
L’impiccato
Per le radici dei capelli mi afferrò un qualche dio.
Ai suoi azzurri volt mi ratrappii come un profeta del
deserto.
Le notti sgusciarono via come palpebre di lucertola:
un mondo di vani giorni bianchi in una buca
senz’ombra.
Una nota d’avvoltoio mi appuntava a quest’albero.
Farebbe anche lui come me, se lui fossi io
***
I manichini di Monaco
La perfezione è terribile, non può aver figli.
Fredda come respiro di neve, occlude il grembo
Devo arbusti di tasso spuntano come idre,
L’albero della vita e l’albero della vita
Scioglienti le loro lune, mese per pese, invano.
Flusso si sangue è flusso
D’amore, sacrificio assoluto.
Vuol dire: non altri idoli che me,
Me e te.
Così, sulfureamente amabili, nei loro sorrisi
Questi manichini s’affacciano stanotte
A Monaco, obitorio che sta fra Roma e Parigi,
Nudi e spogli nelle loro pellicce,
Lecca-lecca all’arancio su stecchi d’argento,
Insopportabili, senza sentimento.
Sgocciola giù la neve e i suoi frammenti di buio,
Non c’è nessuno. Negli alberghi
Mani apriranno porte, deporranno
Scarpe da lucidare in cui domani
Enormi diti di piedi entreranno.
Oh quale aria di casa queste vetrine,
Biancheria da neonati, dolciumi guarniti di verde,
I grevi tedeschi assopiti nel loro Stolz senza fondo.
E i neri telefoni ai ganci
Luccicanti
Luccicanti e inghiottenti
Inesistenzi voci. Non ha voce la neve.
***
elenco poesie Ariel
Ariel. Ariel;
Death & Co. Morte & Co. ;
Lesbos. Lesbo;
Nick and the Candlestick. Nick e il candeliere;
Gulliver. Gulliver;
Getting There. Verso la meta;
Medusa. Medusa;
The Moon and the Yew Tree. La luna e il tasso;
A Birthday Present. Un regalo di compleanno;
Mary’s Song. Il canto di Maria;
Letter in November. Lettera in novembre;
The Rival. La rivale;
Daddy. Papà;
You’re. Tu sei;
Fever 103°. Febbre a 40°;
The Bee Meeting. Il convegno delle api;
The Arrival of the Bee Box. L’arrivo della cassetta delle api;
Stings. Pungiglioni;
The Swarm. Lo sciame;
Wintering. Svernare;
The Hanging Man. L’impiccato;
Little Fugue. Piccola fuga;
Years. Anni;
The Munich Mannequins. I manichini di Monaco;
Totem. Totem;
Paralytic. Paralitico;
Balloons. Palloncini;
Poppies in July. Papaveri in luglio;
Kindness. Bontà;
Contusion. Contusione;
Edge. Limite;
Words. Parole;
Winter trees. Alberi invernali:
Childless Woman. Donna senza figli;
Stopped Dead. Arresto secco;
Thalidomide. Talidomide
Crossing the water. Attraversando l’acqua:
Finisterre. Finistère;
Insomniac. Insonne;
I am Vertical. Sono verticale;
In Plaster. Nel gesso;
Mirror. Specchio;
Last Words. Ultime parole.
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