Adrienne Rich
di : Rhonda Pettit
In modo significativo tutti i poeti si occupano di trasformazione. Fare poesia coinvolge una trasformazione dall’esperienza o realtà percepita all’espressione verbale modellata dall’immaginazione e dalla tecnica del poeta. Tuttavia per Adrienne Rich la trasformazione va ben oltre l’atto di scrittura; si estende fino alla cultura in generale, attraverso la capacità poetica di confrontare i dati presupposti e offrire nuove visioni. Lei definì la propria poetica quasi all’inizio della sua carriera, nel 1971, con il saggio “Quando noi morti ci svegliamo: scrittura come re-visione” (”When We Dead Awaken: Writing as Re-Vision”).
Perché una poesia si concretizzi, perché un personaggio o una azione prendano forma, ci deve essere una trasformazione immaginativa della realtà che non è un atto passivo… Inoltre, se l’immaginazione deve riuscire a trascendere e trasformare una esperienza, deve proporre domande e sfide, deve concepire alternative, forse anche alla vita stessa vissuta in quell’istante.
La trasformazione è perciò sia atto privato sia pubblico, e la poesia come pure i saggi della Rich hanno esplorato lo spazio dove questi due mondi s’intersecano; hanno incorporato varie prospettive: femminista, lesbica, storica, non-capitalista, umanitaria, multirazziale e multiculturale. La forma delle sue poesie si è evoluta insieme al contenuto, progredendo da liriche prettamente formalistiche ad altre più sperimentali che usano una combinazione di tecniche: versi lunghi, più spazi dentro il verso stesso, sezioni in prosa, accostamenti di varie voci e motivi, didattica, espressioni didattiche e informali. Nessun altro poeta meglio di Adrienne Rich rispecchia le trasformazioni culturali e poetiche sopravvenute negli Stati Uniti durante il ventesimo secolo.
Ancora giovane, la Rich dimostrò ovvio talento, scrivendo poesie fin da bambina sotto la guida paterna. Quando si laureò dal Radcliffe College il suo primo volume, Un mutamento di mondo (A Change of World, 1951) venne scelto da W. H. Auden per lo Yale Younger Poets Prize. Questo, insieme al secondo volume, Tagliatori di diamanti (The Diamond Cutters, 1955), esprime un senso di alienazione e di perdita causati “dagli stratagemmi maschilisti del Modernismo”, però ambedue i volumi contengono poesie indicatrici di tematiche future. “Preavvisi di burrasca” (”Storm Warnings”, da Un mutamento di mondo, parla di persone “che abitano in zone turbate” e anticipa cambiamenti non specifici ma inquietanti:
Il tempo altrove
E il tempo del cuore si accavallano
Senza riguardo alle previsioni.
Weather abroad
And weather in the heart alike come on
Regardless of prediction.
“Le tigri di zia Jennifer” (”Aunt Jennifer’s Tigers”) offre una immagine del potere sia svelato sia trattenuto attraverso le arti domestiche. E tre poesie di Tagliatori di diamanti – “Quadro di Vuillard” (”Picture by Vulliard”), “Amore nel museo” (”Love in the Museum”), e “Paesaggio ideale” (”Ideal Landscape”) – mettono in questione il concetto di realtà offerto dall’arte, mentre la poesia “Vivere nel peccato” (”Living in Sin”) illustra la crescente disillusione di una donna per l’uomo che ama e per la loro condivisa quotidianità. Il volume Foto istantanee di una nuora (Snapshots of a Daughter-in-law, 1963), che rispecchia le tensioni vissute dall’artista come moglie e madre negli anni cinquanta, segna un grande cambiamento di stile e contenuto. “L’esperienza della maternità fini per radicalizzarmi”, scrive la Rich in “Divisa alla radice: saggio sull’identità ebrea” (”Split at the Root: An Essay on Jewish Identity”, 1982). Parte del processo di radicalizzazione coinvolse il suo rapporto sia con la poesia sia con la storia. Dal 1956 incominciò a datare ogni poesia: “Incominciai a farlo perché avevo scartato l’idea di una poesia come singolo evento incorniciato, una opera d’arte completa sui generi; sapevo che la mia vita stava cambiando così come il mio lavoro e sentivo la necessità di indicare ai lettori la cognizione di essere coinvolta in un lungo, continuo processo.”
L’atto di datazione implicava uno scarto di valori enunciati dalla Nuova Critica, che piazzava la poesia all’esterno dei contesti culturali e storici. Guidata da una sensibilità femminista, molte poesie di Foto istantanee adottano versi liberi (free verse”) e un tono di voce tanto più personale per esprimere la rabbia, per incorporare il bisogno di cambiare, e per recuperare e dialogare con altre autorici. La poesia che dà il titolo al volume, una sequenza in dieci parti scritta in “free verse”, propone un “album” con la vita di dieci donne dominate dagli uomini. La sequenza si sposta avanti e indietro nel tempo e nel contesto, generalizzando sulla repressione domestica sofferta da donne contemporanee e anche riferendosi a figure storiche femminili.
Per vari critici “Foto istantanee di una nuora” rappresenta una radicale e problematica svolta dal precedente formalismo della Rich, ma nel saggio “Quando noi morti ci svegliamo: scrittura come re-visione” lei scartò questa poesia come “troppo letterale, troppo dipendente dall’allusione”, e dall’autorità letteraria maschile. Tuttavia, le sue seguenti poesie si sarebbero tanto servite di allusioni letterarie, storiche, e ad eventi e persone contemporanee.
I tre libri che vennero dopo – Necessità di vita (Necessities of Life, 1966), Volantini (Leaflets, 1969), e Volontà di cambiare (Will to Change, 1971) – rispecchiano i disordini sociali degli ultimi anni ‘60 e dei primi anni ’70. Come altri poeti della sua generazione, cioè Denise Levertov, Robert Bly and W. S. Merwin, scrisse poesie contro la guerra del Vietnam, specialmente in Volantini. Immagini di morte prevalgono in Necessità di vita, dove la poetessa lotta per creare una vita non più condizionata da riti e ruoli sociali predeterminati. La figura di Emily Dickinson diventò un topos ricorrente nelle sue poesie, anticipando così un suo importante saggio: “Il Vesuvio a casa: la forza di Emily Dickinson” (”Vesuvius at Home: The Power of Emily Dickinson”, 1975). Le poesie della Rich si fecero sempre più sperimentali, usando lungi versi in contrapposizione. Adottò il “ghazai”, una forma persiana tradizionalmente usata per esprimere sentimenti d’amore e anche commenti di natura socio-politica. Al medesimo tempo Rich incomincia a dubitare dell’ars poetica, a causa dei stretti rapporti di quest’ultima con la cultura patriarcale. “Questa è la lingua dell’oppressore / ma ne ho bisogno per scriverti” aveva concluso nella poesia “Bruciare carta invece di bambini” (”The Burning of Paper Instead of Children”) – una sequenza in cinque parti, contenenti anche frammenti in prosa, e inclusa nel libro Volontà di cambiare.
Più profondamente influenzata da analisi femministe di storia e cultura, Tuffarsi nel relitto (Diving into the Wreck, 1973) segna un’altra svolta nella carriera della Rich. Qui ella esprime direttamente la sua rabbia contro la condizione (d’inferiorità) sofferta dalle donne nella cultura occidentale, alludendo a dualità problematiche, oppure ad immagini di diversità (”otherness”). Anche il linguaggio è sospetto a causa della sua inerente duplicità. Questa poesia che il titolo al volume, fra le più significative poesie del 20° secolo, propone un palombaro androgino che si tuffa per esaminare una cultura distrutta a causa della sua limitatissima prospettiva storica e mitica. Come in Volantini e in Volontà di cambiare, il tono di questo volume va dal critico all’accusatorio. Quando Tuffarsi nel relitto vinse il Premio Nazionale del Libro (National Book Award) nel 1974, Adrienne Rich rifiutò il premio per se stessa, accettandolo però, con una dichiarazione scritta insieme ad Audre Lorde e Alice Walker, a nome di tutte le anonime scrittrici.
Dalla seconda metà degli anni settanta ai primi anni ottanta i saggi e le poesie della Rich sono considerati fra i più radicali, in parte perché scarta il suo precedente concetto di androginia e sembra proporre un separatismo femminista. “Ci sono parole che non posso più usare: / umanesimo androginia,” scrive nella poesia “Risorse naturali” (”Natural Resources”), dove una donna che lavora nelle miniere spiazza l’androgino subacqueo di “Tuffarsi nel relitto”. Con più lucidità la Rich descrive e dialoga con il suo antagonista, cioè quella cultura maschilista che automaticamente svaluta qualsiasi proposta femminile. La spinta tuttavia resta la stessa: trovare un modo di “ricostituire il mondo” (Il sogno di una lingua comune / The Dream of a Common Language, 1978). Adrienne Rich propone una visione tutta al femminile (”woman-centered”) di energie creative che collega al femminismo in saggi come “È la Lesbain in noi” (”It is the Lesbain in Us”), nel volume Bugie, segreti, e silenzio (On Lies, Secrets, and Silence, 1979), oppure “Eterosessualità obbligatoria ed esperienza lesbica” (”Compulsory Heterosexuality and Lesbian Experience”), nel libro Sangue, pane, e poesia (Blood, Bread, and Poetry, 1986). Critica anche l’impatto che la cultura patriarcale ha sulla maternità, vedi Nato da donna: maternità come esperienza ed istituzione (Of Woman Born: Motherhood as Experience and Institution, 1976). Altri saggi e poesie nei libri Il sogno di una lingua comune e Una pazienza selvaggia mi ha condotto fin qua (A Wild Patience Has Taken Me This Far, 1981) propongono importanti nuove interpretazioni di personaggi femminili sia storici che letterari. Una sequenza di poesie lesbiche, “Ventuno poesie d’amore” (”Twenty-One Love Poems”), scritte nel medesimo periodo, colpisce per la sua sensualità e per la profondità dei pensieri filosofici.
Le poesie e i saggi di questo periodo hanno contribuito molto alla comprensione odierna di ciò che costituisce la struttura sociale del sesso (”gender”); hanno pure creato controversie. I critici hanno obiettato al didatticismo della sua poesia considerando la sua visione lesbico/ femminista troppo ristretta. Le strategie della Rich sembrano più adatte come contrappunto alla prevalente cultura patriarcale che danneggia sia gli uomini che le donne. Anche se la Rich propone che le donne unite sono capaci di creare “una poesia completamente nuova”, in poesie come “Etude trascendentale” (”Transcendental Etude”) la sua visione più recente è più ampia. Il “fratello smarrito” che descrive in “Risorse naturali” (”Natural Resources”) “non è mai stato uno stupratore” bensì “una creatura fraterna / con risorse naturali uguali alle nostre” (Il sogno di una lingua comune).
I libri pubblicati dalla metà alla fine degli anni ottanta, La tua terra natale, la tua vita (Your Native Land, Your Life, 1986), e La forza del tempo (Time’s Power, 1989), esaminano i suoi rapporti con le origini ebraiche e con gli uomini della sua vita; disquisirono altresì sul significato di essere una femminista nell’era di Reagan. I suoi paesaggi includono non solo la California del sud, dove andò ad abitare nel 1984, ma anche il sud Africa, il Libano, la Polonia e il Nicaragua. Presenta un “tu” pubblico responsabile per la qualità della sua vita: i propri genitori, l’ ex marito, l’amante attuale, insieme a un io afflitto da dolori artritici e psichici. Costante rimane la sua insistenza che la poesia debba rimanere legata al contesto politico e sociale. “La poesia mai ebbe l’opportunità / di stare al di fuori della storia,” scrive nella seconda poesia del ciclo “Tempo nord americano” (”North American Time”, 1986). “Memoria vivente”, nel volume La forza del tempo, è un’opera di transizione che richiama le esplorazioni fatte in passato nella poesia “Tuffarsi nel relitto” e si proietta verso il futuro. Il poeta istruisce:
Apri il libro di storie che conoscevi a memoria,
mettiti di nuovo a percorrere le vecchie strade
ripetendo le vecchie frasi che sono sottilmente
cambiate dalle parole che ricordavi.
Adrienne Rich segue i propri consigli in Atlante del mondo difficile (1991), probabilmente il suo migliore libro di poesia. La sequenza in tredici parti che da il titolo alla raccolta invita a paragonarla ad altri poemi sull’esperienza statunitense come quello di Walt Whitman, Muryel Rukeyser, Allen Ginsberg e Robert Pinsky. Il tema principale, che si gioca tutto sulla conoscenza del proprio paese, non importa quanto ciò sia doloroso e deludente, continua nel libro Prati oscuri della repubblica (Dark Fields of the Republic, 1995), dove nell’esame dei problemi statunitensi il poeta riprende la frase “non in qualche altro luogo, ma qui” da Il sogno di una lingua comune. Nel 1995 aumenta il peso che deve essere portato da questa frase sostenendo, nella poesia “Che tipo di tempi sono questi” (What Kind of Times Are These”), che “l’orlo della paura” su cui cammina si trova
non in qualche altro luogo, ma qui,
il nostro paese che s’avvicina alla propria verità e paura,
ai suoi modi di far scomparire la gente.
Rich vede correnti sotterranee di violenza nel materialismo degli anni ottanta e novanta che nessun poeta o individuo può ignorare. Queste tematiche, come pure il ruolo della poesia nella vita politica e sociale, sono esaminate nel volume di saggi Cosa si trova lì: note sulla poesia e sulla politica (What Is Found There: Notebooks on Poetry and Politics, 1993).
Nel più recente libro di poesie, Salvataggio a mezzanotte (Midnight Salvage, 1999), porta avanti questo argomento dalla prospettiva di una poetessa attivista che sta invecchiando e riflette sulla vita passata. Allude a varie sue poesie e libri antecedenti, e propone diverse domande: C’è qualcosa di utile che si sia salvato dallo sfacelo della cultura che la Rich ha esplorato per più di trent’anni? L’arte e il linguaggio hanno servito bene la società e i poeti? I vantaggi del consumismo hanno accecato gli statunitensi alla lezione del passato? Queste domande non trovano facili risposte, e il tono del libro si avvicina alla disperazione. “Desideravo andare in qualche posto / dove il cervello ancora non era andato ,” scrive in “Lettere a un giovane poeta” (”Letters to a Young Poet”); e continua: “non volevo esserci là così sola.” La “pazienza selvaggia” che aveva aiutato Rich a sopravvivere durante la seconda metà degli anni settanta fino ai primi anni ottanta ora diventa “l’orribile pazienza” di cui il poeta ha bisogno per scovare il linguaggio più efficace. Immagini di finestre appaiono spesso, come se il poeta, isolato dal mondo, lottasse per vederlo con chiarezza. Nella sequenza finale, “Una lunga conversazione”, Rich si chiede se è “il bruciacchiato, schiacciato, continuamente mutabile linguaggio umano” che “barcolla e spinge contro i vetri,” ostruendole la visibilità.
Adrienne Rich è meglio conosciuta come la figura chiave della poesia femminista. Il suo sogno di un linguaggio più adatto, di un mondo migliore, tuttavia, la allinea con la poetessa visionaria di Shelley e di Whitman, e con i trascendentalisti americani come Emerson. La natura documentaristica delle sue opere – le poesie di protesta e di testimonianza – è paragonabile a quella di poeti come Carl Sandburg, Robert Hayden, Muryel Rukeyser, Gwendolyn Brooks, Carolyn Forchè, e le poco conosciute poetesse statunitensi e britanniche del diciannovesimo secolo che hanno scritto di ingiustizia sociale e domestica. La ricerca condotta dalla Rich sui punti cruciali dove le vite private e gli atti pubblici si intersecano, come pure la natura confessionale di certe sue poesie, la collegano ad autori come Robert Lowell, Sylvia Plath, ed Anne Sexton. Il suo dialogo aperto e il suo celebrare la sessualità lesbica hanno portato a discutere più liberamente di omosessualità e non soltanto dentro le aule universitarie ma soprattutto nelle pubbliche arene della cultura: difficile pensare alle opere di Marilyn Hacker o di Minnie Bruce Pratt senza avere avuto la Rich come precursore. Per concludere, la sua persistenza negli anni ottanta a portare il femminismo oltre la classe media bianca e diventare più sensibili alle necessità delle donne di colore (”women of color”, cioè afro-americane, amerindiane, orientali, ecc.) e appartenenti ai vari strati economici pone lei alla pari di poeti come Audre Lord, June Jordan, Joy Harjo, Judy Grahn, e la poetessa irlandese Evan Boland. Questa analisi propone solo una lista ridotta dei collegamenti e delle influenze per suggerire la complessa qualità generatrice che una poetica della trasformazione può possedere. Gli usi che lei fa della rabbia, di immagini domestiche, e di sequenze poetiche o del poema lungo offrono altre possibilità di studio.
[Biografia scritta da Rhonda Pettit per l’Enciclopedia della poesia Americana, 2001. Compilata e programmata per il sito web da Gunnar Bengtsson, 2002. © 2006 Adeodato Piazza Nicolai per la traduzione italiana.]
Alcune poesie di Adrienne Rich
Per i morti
Ho sognato di chiamarti al telefono
per dirti: Sii più dolce con te stesso
ma eri ammalato e non hai risposto
Lo spreco del mio amore prosegue in questo modo
cercando di salvarti da te stesso
ho sempre pensato ai residui
di energia, di come l’acqua scorre da un colle
dopo che le piogge si sono fermate
o del fuoco che vuoi lasciare quando vai a letto
ma senza riuscirci, che si consuma senza spegnersi,
i carboni sempre più rossi, sempre più strani
nel scintillare e nello spegnersi
di quanto tu non lo desiderassi
seduto lì a mezzanotte passata
Le tigri di zia Jennifer
Le tigri di zia Jennifer scorrono sullo schermo,
Luminose creature di topazio in un mondo di verde.
Non temono gli uomini sotto l’albero;
Si muovono con felina nobile certezza.
Le dita di zia Jennifer svolazzano sopra la lana
Spingono con difficoltà il lungo ago d’avorio.
L’anello matrimoniale massiccio dello Zio
Grava tanto sulla mano di zia Jennifer.
Quando zia morirà, le sue mani terrorizzate resteranno
Ancora inanellate con le sfide che l’hanno conquistata.
Le tigri sul ricamo da lei completato
Continueranno a muoversi, fiere e senza paura.
In un’aula
Parlando di poesia, spostando le braccia
piene di libri sul tavolino dove le facce
guardano in giù oppure in alto, ascoltando, leggendo
ad alta voce, parlando di consonanti, di elisioni,
intrappolate nel come, ignorando il perché;
guardo il tuo viso, Jude,
né immusonito né remissivo,
opaco nell’obliqua pioggia di polvere sulla tavola:
una presenza come la pietra, se la pietra potesse pensare
Ciò che non posso dire, è me. Per questo sono venuta.
Eventuali immigranti notate per favore
O passerete
attraverso questa porta
o non ci passerete.
Se passerete
ci sarà sempre il rischio
di ricordare il vostro nome.
Le cose vi guarderanno due volte
e dovrete ricambiare lo sguardo
lasciandole accadere.
Se non ci passate
è possibile
vivere con dignità.
mantenere le vostre attitudini
la vostra posizione
morire con coraggio
ma molto vi accecherà,,
molto vi sfuggirà,
a quale costo chi lo sa?
La porta stessa
non fa promesse.
È solo una porta.
La mia bocca quasi sfiora i tuoi seni
La mia bocca quasi sfiora i tuoi seni
nel breve grigio pomeriggio d’inverno
in questo letto siamo delicate
e ci tocchiamo con gioia così calda da stupirci
dure e delicate disegniamo anelli una
intorno all’altra la nostra candela diurna
brucia con la sua luce particolare e se la neve
comincia a cadere e coprire i rami
e se cade la notte senza essere annunciata
ci sono le delizie dell’inverno
improvvise, selvagge e delicate le tue dita
esatta la mia lingua, esatta al medesimo istante
fermandosi per ridere a una tua barzelletta
è il mio amore sulla tua scia al cuspide dell’inverno.
Cartografie del silenzio
1
Una conversazione inizia
con una bugia, e ogni
parlante della cosiddetta lingua comune sente
la spaccatura nel ghiaccio, la separazione
come assenza di potere, come se fosse contro
una forza della natura
Una poesia può iniziare
con una bugia. Per essere stracciata.
Una conversazione ha altre leggi
si ricarica della sua propria
falsa energia. Non può essere stracciata.
Infiltra il nostro sangue. Si ripete.
Con lo stilo incide irrepetibilmente
l’isolamento che nega.
2.
La stazione di musica classica
che suona ora dopo ora nell’appartamento
l’alzare il rialzare
e l’alzare di nuovo la cornetta telefonica
Le sillabe che pronunciano
L’antico parlare ancora e ancora
La solitudine del bugiardo
che vive nell’intreccio formale della bugia
girando i controlli per affogare il terrore
sepolto sotto la parola mai pronunciata
3.
La tecnologia del silenzio
i rituali, il protocollo
l’annebbiarsi dei termini
silenzio non assenza
di parole o musica oppure
suoni malvagi
Il silenzio può essere un piano
rigorosamente completato
la cartografia della vita
É una presenza
ha una storia una forma
Non confonderla
con qualsiasi tipo di assenza
4.
Quanto tranquille, quanto inoffensive queste parole
incominciano ad essere per me
anche se spinte dal dolore e dall’ira
Posso oltrepassare questo film dell’astratto
senza ferire me stessa oppure te
qua c’è abbastanza dolore
È per questo che suona il classico del jazz su questa stazione?
per dare un sottofondo di significato al nostro dolore?
5.
Il silenzio si fa nudo:
Nella Passione di Giovanna di Dryer
il viso di Falconetti, capelli corti, una grande geografia
sorvegliata mutamente dalla telecamera
Se ci fosse poesia dove questo può accadere
non come spazio vuoto oppure parole
stirate come pelle sopra i significati di una notte nella quale due persone
si sono parlate fino all’alba.
Tuffarsi nel relitto
Appena letto il libro dei miti,
e caricato la macchina fotografica,
e controllato la lama del coltello,
ho indossato
la tuta protettiva di gomma nera
le pinne assurde
la grave e scomoda maschera.
Devo fare questa cosa
non come Cousteau con la sua
squadra laboriosa
a bordo di una solare goletta
ma qui da sola.
C’è una scala,
la scala è sempre presente
con innocenza agganciata
al fianco della goletta.
Conosciamo la sua funzione
noi che l’abbiamo usata.
Altrimenti
è un pezzo di relitto marino
uno strumento particolare.
Mi immergo.
Gradino dopo gradino e ancora
l’ossigeno m’invade
la luce blu
gli atomi trasparenti
della nostra aria umana.
Vado giù.
Le pinne rendono tutto difficile,
striscio come un insetto lungo la scala
e non c’è nessuno
a dirmi dove l’oceano
incomincerà.
All’inizio l’aria è blu e poi
ancora più blu e poi verde e poi
nera. Sto per svenire eppure
la mia maschera è potente
pompa il mio sangue con forza
il mare è un’altra storia
il mare non è una questione di forza
devo imparare da sola
a girare il corpo senza sforzo
nell’elemento profondo.
E adesso: è facile dimenticare
perché sono qui
in mezzo ai tanti che hanno sempre
vissuto qui
sventolando i loro ventagli dentellati
in mezzo ai coralli
e oltre tutto
si respira diversamente qui sotto.
Sono venuta ad esplorare il rottame
Le parole sono scopi.
Le parole sono carte geografiche
Sono venuto a verificare il danno fatto
e il tesoro sopravissuto.
Sposto la scia della mia lampada
lentamente lungo la fiancata
di un qualche cosa più permanente
dei pesci e delle alghe
la cosa per cui sono qui:
il relitto e non la storia del disastro
la cosa in sé e non il mito
il viso annegato che sempre fissa
il sole
l’evidenza del danno
levigata dal sale e per sempre in questa scabra beltà
le costole del disastro
a riflettere il loro inserimento
fra gli incerti predatori.
Questo è il luogo.
E sono qui, la sirena dai capelli scuri
che nuotano all’indietro, sirena intrappolata
nell’armatura da palombaro. Giriamo in silenzio
intorno al relitto
ci tuffiamo nella stiva.
Sono lei: sono lui
il cui viso annegato dorme a occhi spalancati
il cui seno porta ancora lo stress
il cui cargo d’argento e di rame vermiglio riposa
oscuramente dentro barili
fissati a metà e lasciati a marcire
noi siamo i quasi disfatti strumenti
che una volta segnavano il percorso
il diario di bordo inzuppato d’acqua
la bussola rotta
Siamo, sono, sei
per codardia o per coraggio
colui che scopre la via
del ritorno alla scena
con un coltello, una macchina fotografica
un libro dei miti
dove i nostri nomi non ci sono.
Da un atlante del mondo difficile
So che stai leggendo tardi questa
poesia, prima di lasciare l’ ufficio
con l’abbagliante lampada gialla e la finestra nel buio
nell’apatia di un fabbricato sbiadito nella quiete
dopo l’ora di traffico. So che stai leggendo questa poesia
in piedi nella libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio di primavera, fiocchi sparsi di neve
spinti attraverso enormi spazi di pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza dove tanto è accaduto che non puoi sopportare
dove i vestiti giacciono sul letto in cumuli stagnanti
e la valigia aperta parla di fughe
ma non puoi ancora partire. So che stai leggendo questa poesia
mentre il treno della metropolitana perde velocità e prima di salire
le scale
verso un nuovo tipo d’amore
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia ala luce
del televisore dove immagini mute saltano e scivolano
mentre tu attendi le telenotizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’attesa
Di occhi che s’incontrano sì e no, d’identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto la luce al neon
nel tedio e nella stanchezza dei giovani fuori gioco,
che si mettono fuori gioco quando sono ancora troppo giovani. So
che stai leggendo questa poesia con una vista non più bu0na, le spesse lenti
ingigantiscono queste lettere oltre ogni significato però
continui a leggere perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia mentre vai e vieni accanto alla stufa
scaldando il latte, sulla spalla un bambino che piange, un libro
nella mano
poiché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia non scritta nella tua lingua
indovinando alcune parole mentre altre continui a leggerle
e voglio sapere quali siano queste parole.
So che stai leggendo questa poesia mentre ascolti qualcosa,
diviso fra rabbia e speranza
ricominciano a fare di nuovo il lavoro che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non rimane
nient’altro da leggere
là dove sei atterrato, completamente nudo.
Vivere nel peccato
Credeva che lo studio si sarebbe mantenuto da solo;
niente polvere sui mobili dell’amore.
Una mezza eresia volere le serrature meno rumorose,
i vetri meno sporchi. Un piatto di pere,
un pianoforte coperto da uno scialle persiano, un gatto
che segue il divertente topo arabesco
appena scosso dall’inseguimento.
Non è che alle cinque ogni gradino serpeggiasse
sotto i passi del lattaio; quella luce mattutina
con freddezza delineava i rimasugli
del formaggio di ieri sera e tre bottiglie sepolcrali;
che da una mensola di cucina in mezzo ai piatti
un paio di occhi da insetto si agganciassero ai suoi—
messaggio da qualche villaggio fra le cornici…
Nel frattempo lui, sbadigliando,
suonava una dozzina di note sulla tastiera,
dichiarandola stonata, scuoteva le spalle allo specchio,
si grattava la barba poi usciva in cerca di sigarette;
mentre lei, schernita da demoni minori,
tirava su le lenzuola e rifaceva il letto e prendeva
uno straccio per pulire la superficie della tavola,
e lasciare che la caffettiera debordasse sulla stufa.
Ora di sera si era innamorata di nuovo,
ma non così completamente anche se durante la notte
a volte si svegliava per sentire il giorno entrare
come un lattaio inarrestabile su per le scale.
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