27 Ottobre 2007 pubblicato da Cristina
Si tratta di una poesia del marzo 1958, pubblicata nella prima raccolta (e l’unica non postuma) della Plath, Il Colosso (1960). Fa parte di una serie di testi ispirati ai quadri di Klee, Henri Rousseau e de Chirico. Con le atmosfere straniate e perturbanti di quest’ultimo la Plath sente una particolare affinità almeno fin dagli anni universitari. Parlando di questa poesia nel corso di una lettura radiofonica fatta per la BBC, la Plath dice, “Per tutta la poesia ho in mente le figure enigmatiche di questo quadro: tre terribili manichini da sarta senza faccia, vestiti in abbigliamento classico, seduti o in piedi e immersi in una luminosità strana che proietta le lunghe ombre nette tipiche delle primo de Chirico. Fanno pensare a una versione novecentesca di altri sinistri terzetti femminili: le tre Parche, le streghe del Macbeth, le sorelle della follia di de Quincey“. La poesia costituisce un atto di accusa contro la madre, che viene incolpata per avere ignorato i terrori che dominano l’inconscio della scrittrice. Come le cattive fate al battesimo, questi terrori sono i compagni di vita più intimi, di cui la madre, lontana dalla realtà della figlia turbata, non vuole ammettere l’esistenza. Nel corso del testo vengono tessuti insieme ricordi dell’infanzia, echi di antiche ballate (”E questo è il regno a cui mi hai portato, mamma, mamma”) e la classica fiaba a lieto fine, qui ironicamente capovolto.
La figura vista nel quadro di de Chirico della testa ovale liscia e luminosa diverrà ricorrente nella poesia della Plath, fondendosi talvolta con quella dell’infermieria calva, talvolta con quella “di volta in volta muta, selvaggia, calva, materna, petrosa della musa-luna”.
(A. Ravano, Silvia Plath, Opere, I Meridiani)
Leggi il resto di questo articolo »
| Clicca sulle stelline per esprimere il tuo giudizio |
 Loading ...
|
|
Pubblicato in Critica |
Nessun commento »
26 Ottobre 2007 pubblicato da Cristina
Donna senza figli
1 dicembre 1962
Il ventre
scuote il suo baccello, la luna
si distacca dall’albero senza una meta
Il mio paesaggio è una mano senza linee,
le strade avviluppate in un nodo,
il nodo io,
io la rosa che tu conquisti -
Questo corpo,
questo avorio
empio come il grido di un bambino
Simile a un ragno, filo specchi,
fedele alla mia immagine,
non emettendo altro sangue -
Assaggialo, rosso cupo!
E’ la mia foresta
mio funerale,
e questa collina e questa
luccicanti delle bocche di cadaveri.
Leggi il resto di questo articolo »
| Clicca sulle stelline per esprimere il tuo giudizio |
 Loading ...
|
|
Pubblicato in Poesie |
Nessun commento »